ARCHITETTURA Alla vigilia della Biennale costruttori e architetti tra crisi e innovazione s'interrogano sul futuro Berlino non si ferma. Certo, dopo il vertiginoso impulso progettuale di rinnovamento degli Anni 90 che ha coinvolto il Gotha dell'architettura contemporanea (Gehry e Norman Foster, Eisenman e Piano, Nouvel e Libeskind, Koolhaas e Perrault, Chip-perfield e Grimshaw...), il Terzo Millennio ha fatto e fa i conti con una moderazione imposta dalla crisi e dalla necessità di interventi di ordinaria amministrazione sul tessuto urbano. Ma la città-laboratorio più creativa d'Europa non si rassegna a esaurire il proprio ruolo di teatro della sperimentazione. E sulla scena, con vibrante forza evocativa e il suo sorprendente talento di creatore di spazi, ritorna Daniel Libeskind per ultimare a pochi passi da una delle sue opere più ammirate, il Museo ebraico, anche i lavori della connessa Accademia. In un gioco di rispecchiamento e differenze tra i due edifici, l'architetto polacco completa così la visione narrativa del drammatico rapporto del popolo dell'Olocausto con quello tedesco, già evidenziato dal collegamento fisico tra il Museo ebraico e quello settecentesco della città. Da ispirato maestro di metafore ed emozioni, Libeskind aveva sviluppato la storia degli ebrei tedeschi attraverso due linee emblematiche, una dritta ma frammentata e l'altra tortuosa ma continua e senza fine, per denotarne la complessità. Nell'edificio vestito di titanio e di zinco, in un labirinto di pieni e di vuoti, ne aveva poi articolato i destini lungo tre vie: l'asse dell'Olocausto, quello dell'Esilio (che conduce a un giardino) e quello della Continuità, in cui la permanenza degli ebrei in Germania si impone sulle tragedie vissute diventando garanzia di riscatto e speranza. Anche nell'Accademia, spazi e simboli formano un unicum. L'ingresso è costituito da un cubo inclinato, illuminato dalle fosforescenti lettere ebraiche Alef e Bet, sul quale campeggia l'iscrizione «Ascolta la verità da chiunque essa venga» tratta dai principi etici di Mosé Maimonide. La facciata, però, abbandonato titanio e zinco, è in legno, evidente richiamo a tradizioni antiche che si ripetono in due cubi della grande sala centrale, inclinati e anch'essi in legno, dai quali si accede alla biblioteca e all'auditorium. Libeskind ne fa due versioni contemporanee dell'Arca di Noé per sottolineare i valori dell'eccezionale eredità che il Museo custodisce e comunica. Che lezione, la sua. E' la conferma che memoria e sperimentazione non sono realtà antitetiche e, anzi, la loro sinergia è la giusta risposta ai mille problemi da affrontare. Certo l'esempio berlinese è adesso irripetibile in un contesto radicalmente diverso, segnato con asprezza dalla crisi. Siamo sicuri che non possa dare qualche prezioso stimolo a noi italiani per liberarci da un'insopportabile paralisi progettuale? Se i tempi di crisi sono occasione di svolte epocali, è troppo pensare che, stretto da improrogabili scadenze, il pluridecennale immobilismo italiano possa avere i giorni contati? Purtroppo, eredi del più grande e straordinario patrimonio architettonico e urbanistico del pianeta, da tempo sembriamo incapaci sia di mantenerlo (tra un crollo e l'altro a Pompei, ma la lista dei misfatti sarebbe inesauribile) sia di riproporne la millenaria forza innovativa (cosa abbiamo fatto e facciamo per la progettazione ecosostenibile? l'elettrizzante esperienza dello studio berlinerse Sauerbruch-Hutton che coniuga pirotecnica high-tech, risparmio energetico e godibilità sensoriale dell'ambiente, in tal senso, è invece esemplare). Ma le ultime decisioni governative e alcune significative convergenze invitano ora a ben sperare nell'uscita dal buco nero dell'immobilismo. «Ridare vivibilità alle nostre città è un obiettivo vitale», dice Paolo Buzzetti, presidente dell'Ance, l'Associazione nazionale dei costruttori edili. E, sottolineando i contenuti positivi del Piano Città messo a punto con il governo, elenca una serie di priorità di immediata attuazione: «Puntare sulla ecosostenibilità dei nuovi edifici, riqualificare le periferie, favorire la concertazione degli operatori coinvolti, avviare programmi di edilizia sociale, impedire il consumo di nuovo suolo». Non è cosa di poco conto il fatto che questi obiettivi coincidano con il programma di Luca Zevi per il Padiglione Italia della Biennale e che ci sia una completa convergenza di idee su Riuso (il Programma di rigenerazione urbana sostenibile, che è il cuore del Piano) tra il presidente del Consiglio nazionale degli architetti Leopoldo Freyrie, Legambiente e l'Ance, ribadita recentemente in occasione di Festarch, il Festival di architettura ideato da Stefano Boeri. L'approvazione del decreto sviluppo dovrebbe finalmente dare le ali al Piano per salvare il Paese da un inaccettabile degrado (e rilanciare un settore, l'edilizia, che ha visto dal 2008 la perdita di 500.000 posti di lavoro e la chiusura di oltre 7.500 imprese). Osserva Buzzetti: «Si tratta di rispettare programma ed impegni, evitando le paludi della burocrazia. Ma servono una adeguata visione strategica e un profondo cambiamento culturale». Le città più belle del mondo hanno diritto ad avere un futuro.