Patrizia Asproni è presidente di Confcultura Spazio ai privati, autonomia dalla politica: solo così si può dare vigore a meccanismi virtuosi che non solo tutelano il patrimonio ma lo fanno fruttare Come facce della stessa medaglia, razionalizzazione della spesa pubblica e politiche di investimento sono l'una essenziale all'altra. Se vogliamo uscire, una volta per tutte, dall'insistente ritornello che contrappone le politiche di austerità alle politiche di crescita, dobbiamo tenere virtuosamente insieme i fili della stessa matassa: come rispondere concretamente alla crisi e rimettere in movimento un Paese da troppo tempo immobilizzato. Rendere "razionale" la spesa pubblica italiana è un dovere istituzionale, un fattore da considerare come una costante nell'azione di governo, qualsiasi segno politico esso abbia. Dovremmo immettere questo elemento di cultura diffusa del risparmio necessario e possibile delle risorse pubbliche, nei cromosomi di un'intera lasse dirigente, come nel modo dell'opinione pubblica di pensare al giusto rapporto con i servizi nei diversi settori della vita sociale del Paese. La lotta agli sprechi, talvolta a veri e propri sperperi, compiuti nell'amministra-zione pubblica non può essere vista come una concessione agli umori del momento, né come un capitolo da aprire in tempi di emergenza per poi richiuderlo e tornare all'allegra finanza di sempre. Questo è precisamente uno di quei passaggi di europeizzazione dell'Italia che mi auguro si possa finalmente compiere con i provvedimenti che si stanno assumendo da parte del Governo attraverso il decreto sulla spending review e con le necessarie modifiche migliorative che il Parlamento sarà in grado di apportare. Al tempo stesso occorre guardare all'altra faccia della medaglia e accompagnare l'azione di revisione della spesa che, come recita il decreto governativo, deve risultare "a servizi invariati", all'insieme di quelle politiche di investimento senza le quali non si capisce quando e come si possa uscire dalla lunga recessione in corso. Se questo discorso ha una valenza generale in sé, esso risulta ancor più vero quando spostiamo l'attenzione sul terreno della cultura. Dire che la cultura può produrre ricchezza economica, dunque che va seriamente considerata come una delle chiavi per aprire strade capaci di condurre oltre la crisi, non è un argomento decorativo ma il punto preciso da cui ripartire per generare crescita e occupazione, specie giovanile e di qualità nuova, fondata sulle competenze e su diversificate tipologie professionali. La riprova, se ce ne fosse bisogno, l'abbiamo dalla semplice lettura dei dati. i quali ci dicono che nell'Italia degli ultimi vent'anni la spesa delle famiglie per i servizi culturali è più che triplicata e anche in questi ultimi tempi di acuta crisi, dal 2008 a oggi, la spesa per la cultura da parte dei cittadini, penso ad esempio alle visite ai musei e ai siti archeologici, è in crescita. Ciò che precipitosamente cala è il finanziamento pubblico della cultura, a cominciare dal bilancio del Mibac che in un decennio diminuisce, caso unico non solo in Europa, di più del 3o percento. Occorre allora fare un discorso serio e di merito sulla parte del decreto oggi in discussione sulla spending review per quel che riguarda la voce cultura. È importante, ad esempio, che le disposizioni contenute nell'articolo 4 del decreto - dove si affronta la messa in liquidazione e della privatizzazione di società pubbliche - non vengano stravolte e anzi che esse possano essere applicate anche al settore culturale. Voglio ricordare che le rivendicazioni del settore hanno sempre battuto su un punto di fondo: la richiesta di maggiori stanziamenti pubblici per la cultura. Ciò ha messo in secondo piano qualsiasi reale riflessione capace di andare oltre il problema della "quantità" di risorse pubbliche necessarie, quando occorre invece interrogarsi prima di tutto su quali regole organizzano il settore e sul ruolo che lo Stato e la pubblica amministrazione devono esercitare. Come dire: l'ordine delle priorità andrebbe rovesciato. L'offerta culturale non deve essere "pianificata" dalla politica. Allo stesso modo, i servizi culturali non vanno sempre e comunque gestiti da società pubbliche o largamente partecipate da soggetti pubblici. Possono invece essere affidati in maniera trasparente a soggetti terzi, garantendo efficienza ed efficacia dell'esercizio. Allo Stato e agli enti locali, spetta, secondo il giusto principio costituzionale, la definizione delle regole del gioco. Così come è necessario, e direi urgente, che anche i servizi culturali si aprano al merito e alla giusta concorrenza, anche attraverso una cessione dell'erogazione di servizi da parte dello Stato e degli enti locali. Affermare che la cultura può effettivamente rappresentare un "motore" dello sviluppo, significa anche considerare qualche passo indietro dello Stato e degli enti locali rispetto alla gestione dei servizi culturali verso competenze diffuse che in un sistema ingessato come è oggi trovano spazi angusti di crescita. Il "bene meritorio" rappresentato dalla cultura in Italia non può, ecco il punto, essere preso a pretesto esclusivamente per il rafforzamento della sua funzione nel settore pubblico, mentre occorre porsi in modo aperto l'essenziale e prioritaria domanda di quali servizi offrire, di quali istituzioni sostenere. L'eterno problema delle istituzioni culturali è quello della loro (in)sostenibilità economica e dunque di una strutturale incapacità di auto sostenersi. Ma questo senso comune troppo diffuso non deve giungere al punto di mettere in secondo piano, come purtroppo sta avvenendo, di considerare e praticare politiche di incentivo capaci di produrre una gestione economica non solo attenta ed oculata ma espansiva. Ugualmente i servizi culturali hanno un costo e nel caso essi non risultino profittevoli economicamente da parte dell'erogatore pubblico, non si vede perché non possa e non debba essere il soggetto privato a tentare di offrirlo, a un costo più basso e a parità di qualità, attraverso una gestione esterna. Lo strumento della gara serve in definitiva proprio al conseguimento di questo scopo: mettere tra loro in concorrenza una pluralità di soggetti, secondo un determinato costo e la garanzia di standard qualitativi. A condizione, vorrei aggiungere, che la gara sia effettiva, trasparente, priva cioè di quelle bardature burocratiche e barocche che spesso la rendono fittizia. Ma questa, non altra, è la strada che può aprire anche i servizi culturali al mercato, introducendo nel sistema il protagonismo di nuove imprese verso gestioni economicamente sostenibili capaci di produrre l'aumento di occupazione intellettuale, ottimizzando in tal modo anche le risorse pubbliche nel fornire servizi efficienti. Regole certe e contesto concorrenziale sono i due binari entro cui viaggia lo sviluppo dell'imprenditorialità nel settore culturale, a fronte di un intervento pubblico realmente neutro e privo di quelle "logiche politiche" che spesso lo hanno paralizzato, riducendolo allo stato attuale. Ciò non vuol dire smantellare quelle parti del sistema che rappresentano eccezioni virtuose, produttive, efficienti L'operazione da compiere è piuttosto quella di modificare il modo in cui viene pensata e organizzata la cultura oggi nel nostro Paese, passando da un sistema ancora chiuso e spesso improduttivo e privo di sufficiente trasparenza verso una realtà di convivenza collaborativa, cooperativa, di una molteplicità di soggetti, pubblici e privati, "for pro-fit" e "no profit", ponendo lo Stato nel ruolo di arbitro e di mediatore garante dell'insieme del patrimonio culturale del Paese. Ripensare allora la spesa in un'ottica di "razionalizzazione" comporterà non certo rinchiudere la cultura nell'angolo angusto di una ristrettezza obbligata dagli eventi prodotti dalla crisi, ma porla al centro di una crescita e di uno sviluppo economico nuovo per l'Italia.