Falchi contro colombe, è la solita vecchia storia. Ma per una volta dovremmo stare con i rapaci. La guerra ecosostenibile che i curatori del parco archeologico di Ercolano hanno intrapreso non sarà cruenta, se l'impiego sul terreno dei falchi Airon, Cari e Miura ingaggiati come deterrente alato funzionerà. Ercolano, alle prese con il degrado portato dall'inciviltà degli umani, assediata da rifiuti, siringhe e scarichi di motorini, rischia anche di essere riseppellita dal guano prodotto da colonie di colombe e piccioni. Pennuti semidomestici che per buona misura becchettano architravi e infissi di legno carbonizzato conservati quasi integri da quando il Vesuvio sbuffò fuori tutta la sua ira, congelando in un rovente abbraccio Pompei, Ercolano, Stabia, Oplonti e migliaia di disgraziati. Paradossalmente, secondo Marcelle Gigante, professore dell'università di Napoli e tra i più eminenti studiosi di papiri scomparso nel 2001, fu proprio grazie all'eruzione del Vesuvio del 24 agosto del 79 dopo Cristo che ne sono arrivati fino a noi circa 1800. Costituiscono l'unica biblioteca "leggibile" dell'antichità greca e romana, rinvenuta nella fastosa Villa di Ercolano appartenuta al console piacentino Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, che la storia ricorda soprattutto in quanto padre di Calpurnia, moglie di Giulio Cesare, e come inventore del Gutturnio, un mix di vitigni Barbera e Bonarda, che tracannava con voluttà in compagnia del filosofo epicureo Filodemo di Gadara, definito beffardamente da Cicerone in una celebre orazione "greco lascivo e compagno di bagordi". La biblioteca della villa dei Papiri è carbonizzata, certo, e rischia da sempre di sbriciolarsi tra le mani degli "srotolatori" e degli studiosi che la decrittano da 250 anni e continuano a farlo ancora oggi nel Centro Internazionale di Studi sui Papiri Ercolanesi di Napoli. Un tesoro oggi disponibile, leggibile e digitalizzato in 30 mila immagini, grazie alla tecnologia sviluppata dalla Nasa del MSI (multispectral imaging, cioè ripresa multispettrale ad alta definizione), come dimostra un DVD intitolato Out of the Ashes: Recovering the Lost Library of Herculaneum (Fuori dalle ceneri: il recupero della biblioteca perduta di Ercolano), un documentario prodotto dalla KBYU per l'American Public Television che racconta la storia dei papiri di Ercolano dal giorno d'estate in cui il Vesuvio eruttò fino alla loro scoperta nel 1752. E' assai improbabile, sostengono gli studiosi, che i cilindretti di legno di cedro contenenti la saggezza filosofica della scuola di Epicuro si sarebbero conservati se non fossero stati carbonizzati, quasi mineralizzati e sigillati "sotto vuoto" dalla colata di roccia vulcanica spessa 30 metri. Ma sul sito archeologico, sempre stando agli esperti, incomberebbe una seconda catastrofe che distruggerebbe per sempre quello che forse la villa romana custodisce ancora: un secondo, o anche un terzo livello, e un'altra biblioteca zeppa di papiri ben allineati negli scaffali. L'allarme, e l'urgenza di interventi, sono suggeriti dalla ripresa dell'attività sismica del Vesuvio che è sotto costante monitoraggio e per cui sono stati messi a punto piani per un'evacuazione biblica. Nel 2002 un gruppo di studiosi di storia antica di fama internazionale aveva lanciato un appello attraverso il Times perché si riprendessero gli scavi che dopo un tentativo negli anni '90 del 1900 erano stati definitivamente abbandonati per esaurimento dei fondi. Accantonando la proverbiale cautela archeologi e studiosi - eccetto Andrew Wallace-Hadrill, direttore della British School di Roma, che resta scettico sull'agenda delle priorità nel sito - dicono che ci sono forti probabilità, quasi la certezza, di poter recuperare "buone copie di capolavori contemporanei già conosciuti e anche opere perdute dall'umanità da due millenni. Un eredità di rilevanza culturale quasi inimmaginabile". Lo scorso luglio il team alla caccia della biblioteca perduta ha creato un gruppo di pressione, 1' Herculaneum Society e un mese fa Robert Fowler, professore di greco dell'università di Bristol, in una riunione al Wadham College di Oxford, ha lanciato la fase operativa del progetto: non c'è più tempo, bisogna riaprire la campagna di scavi della Villa dei Pisoni. Ora. Per farlo occorrono molti denari, circa 20 milioni di dollari. Tutti possono contribuire per salvare un pezzetto del nostro passato, un frustolo, un'unghia di papiro. Bastano 50 sterline all'anno per la sottoscrizione all' Herculaneum Society che si può contattare scrivendo a: Friends of the Herculaneum Society, Classics Centre, Old Boys' School, George Street, Oxford 0X1 2RL Sito Web: www.herculaneum.ox.ac.uk Ma su quali dati si basano le "quasi" certezze di trovare là sotto altri papiri, magari opere di Eschilo, Sofocle, Euripide, per non parlare dei latini inspiegabilmente quasi del tutto assenti nella prima biblioteca? Andiamo con ordine. Nel 60 a.C. Pisone, ricco e colto, si fece costruire una tra le più fastose ville dell'epoca romana: 250 metri di perimetro, una serie di terrazze digradanti verso la Baia di Napoli, tutti i comforts, mini-terme comprese, e una superba vista sul Vesuvio che sorgeva a sei chilometri. Un'idea di come doveva essere la fornisce il Getty Museum di Malibu, che ne è la replica esatta ricavata dalla meticolosa planimetria che l'ingegnere militare svizzero Karl Weber stilò nella seconda metà del '700 quando si incominciarono i lavori di scavo ufficiali. Nel 1738 degli operai, scavando un pozzo, si erano imbattuti in splendidi mosaici a 30 metri di profondità. Troppi per procedere. Nei 20 anni successivi Weber invece di scavare a cielo aperto iniziò ad aprire pozzi, gallerie e cunicoli nei detriti sotto il peristilio, l'atrio, la piscina di dimensioni olimpioniche, una tecnica di scavo ipogeo che dette risultati. La villa venne alacremente depredata di statue, bronzi, vetri, monili, affreschi e quant'altro poteva far felice il Borbone re di Napoli, attento collezionista d'arte. Per anni gli operai addetti agli scavi si imbatterono anche in curiosi blocchetti di carbone, decisamente non commerciabili. La gente che fatica è molto concreta: senza pensarci su due volte li gettarono in mare. Fu solo il 19 ottobre del 1752 che, scavando scavando, sbatterono la faccia nella biblioteca del palazzo che conteneva 1800 rotoli di papiri, cioè libri carbonizzati. Da allora la dimora prese il nome ai villa dei papiri, è nel 1753 che entra in scena un genovese, padre Antonio Piaggio, che mise fine alla distruzione dei papiri che si sbriciolavano a ogni "srotolamento". Inventò una macchina per sviluppare senza danni i papiri con l'ausilio di una sostanza collosa, strisce di pelle e fili di seta in una trazione di ganci. Una volta srotolato il papiro si incollava su legno, veniva poi disegnato e studiato nella trascrizione. Fu così che riemersero centinaia di opere perdute della filosofia greca, come i testi di Filodemo, epicureo del I secolo a.C. che fu maestro di Virgilio, forse anche di Orazio, e avrebbe potuto impartire i suoi insegnamenti proprio sotto i portici della Villa dei Papiri. Si recuperò una buona metà dell'opera di Epicureo, un trattato di Zenone di Sidone, filosofo che Cicerone ebbe modo di ascoltare nel 78 a.C ad Atene. Con gli anni il professor Marcello Gigante aveva maturato la convinzione che i 1800 rotoli di papiro scoperti rappresentassero forse solo la metà dei volumi che la Villa conservava. Tanto per fare un esempio: abbiamo solo sette tragedie di Sofocle, ma sappiamo che ne ha scritte 120; Euripide ne ha scritte 90, di cui solo 19 sopravvivono; Eschilo tra 70 e 90 di cui ne restano appena sette. Inoltre sappiamo che all'epoca in cui Filodemo insegnava a Virgilio nella Baia di Napoli, i dialoghi di Aristotele, oggi perduti, circolavano per Roma (Cicerone li definì "un fiume d'oro": l'essenza della filosofia greca antica); anche loro perduti. E poi ci sono i testi latini che mancano all'appello. È mai possibile che un palazzo dell'importanza della Villa dei Papiri non conservasse copie dell'Eneide di Virgilio o le opere di Orazio? Ipotesi, si dirà, ma sufficienti a riaprire la caccia alla seconda biblioteca perduta della Villa dei Papiri. E il corno del capocaccia ha uno squillo molto British.