C'era un'altra cultura, nascosta nel Pci e nel Movimento, e venne fuori improvvisamente, dal 1976 al 1985, nei 9 anni di giunte Petroselli-Vetere. Era viva, contagiosa, fantasiosa, mitteleuropea (nel senso anti sistemico di Loos-Schoenberg-KrausWittgenstein), "metallara», quasi vitale, perfino antagonista (per una volta) e si annidava soprattutto nelle aule di architettura, romane e veneziane, dove Tafuri e Tronti, Abruzzese e Gli Uccelli, Dal Co e Cacciari avevano saputo interpretare meglio di altri la pratica dei conflitti (dal barocco a Hollywood) dopo Valle Giulia: altri i nemici, altro che i celerini... Era la cultura che metteva la cultura al posto di comando, e dunque una certa strategia dei piaceri immateriali per dar forma ai bisogni dal basso (a sinistra, non dico a destra, non sarebbe più accaduto), trasformando il consumo in creazione di altri mondi. Dopo il neorealismo (che aveva restituito uno sguardo etico a un paese sbriciolato e ipnotizzato per 20 anni) l'Estate romana scaraventò l'Italia nel futuro, grazie all'astronave «Effimero», brevettata da un pool di nerd sconosciuti e giovanissimi raccolti in band da un «insignificante» assessore alla cultura (l'ultima ruota del carro di una giunta, fino a quel momento) che considerava Jack Arnold importante proprio come Paul Idee. L'effimero fu l'«invenzione senza futuro» dell'assessore Renato Nicolini e dei suoi ventenni. Non più «riprendiamoci la città» (se la tenessero, saccheggiata e addormentata com'era, con quelle orride periferie). il contro piano era: che i senza potere, trasformassero la città terrorizzata (da una guerra clandestina, più o meno istigata a forza da chi il piombo lo possiede davvero) nella planimetria di una metropoli viva, mutante, pulsante e appassionante. Cosa piuttosto cruenta, ridisegnarla nell'immaginario, anzi nel «doppio gioco dell'immaginario», come si chiamò una di quelle celebri edizioni... Altro che un semplice sparare. Sentirsi meglio che a New York nel 2000, con i multischermi, i trasporti efficienti, i parcheggi auto, una televisione espansa, scuole che tutto il mondo ci invidia, il cibo non avvelenato dalla chimica, la danza in villa, i poeti da applaudire o contestare, gli architetti all'opera anche negli interstizi urbani, produce nemici in quantità industriale. Non solo Arbasino e La Repubblica si scandalizzarono all'idea di un Parco Centrale senza sbarramento auto... «Ci sono solo due paesi comunisti al mondo, oggi, l'Austria dopo Waldheim e l'America di Carter», dichiarava Nicolini tra lo stupore di un già invecchiato movimento emme-elle... Invece. Non c'era cosa più concreta dell'effimero (senza il quale neanche l'idea della Film Commission sarebbe mai passata), né arma più imbattibile della cultura a difenderci contro il neoliberismo arrembante (e siamo ancora sotto 1'1 del Pil come spese per la cultura). Se ce ne fossimo resi conto subito... Una cultura diffusa, intesa in senso marxano, come «general intellect», è tra le grandi forze che plasmano la storia «materiale». In un film che uscirà tra poco in Italia, Total Recal, remake del film tratto da Philip Dick con Schwarzenegger, l'eroe è un operaio toyotista, post fordiano, che sa come distruggere i robot-soldati perché li salda lui, ne conosce tutti i punti deboli. Nicolini avrebbe adorato questo remake, proprio come il prototipo. Possiede la leggerezza che regalò a Roma, «il senso dell'effimero»: «L'avvenimento effimero non è provvisorio, ma quello che lascia segni nella nostra memoria. nelle nostre emozioni, nelle nostre passioni». È un super eroe.