Il consiglio dell'esperta Anna Maria Ferroni del Mibac L'opera di promozione. I primi visitatori della città saranno i cittadini provenienti dagli altri luoghi che formano il sito riconosciuto dall'Unesco. Anche alla Bit sarà importante lanciare un'immagine unitaria e attraente dei luoghi dei Longobardi Al telefono, con quella voce roca e il piglio risoluto, pare una generalessa. "Infatti lo sono. Guardi, quando ho un obiettivo non mi ferma nessuno. Altrimenti, con i Longobardi stavamo ancora gambe all'aria. Di solito per una candidatura ci vogliono anche io anni: noi ci siamo riusciti in due». In effetti, se l'anno scorso l'Unesco ha eletto il complesso di San Salvatore e Santa Giulia a patrimonio dell'umanità, oltre che a Re Desiderio lo dobbiamo a lei, la «generalessa» Angela Maria Ferroni, funzionario del Mibac, il Ministero dei beni e delle attività culturali. Perché dietro il lavoro inesausto che ha portato in tempi a dir poco celeri (dal 2009 al 2011) alla candidatura e alla successiva annessione delle vestigia bresciane nei siti Unesco, c'è lei. «Ho selezionato le città longobarde dopo averle vistate tutte, da Nord a Sud, per mesi interi, ho coordinato i lavori, messo d'accordo tecnici e sindaci, compilato dossier, convinto i severissimi commissari». Già, come è riuscita a convincere i commissari dell'Icomos che Brescia meritasse tanto onore? «Le vostre vestigia parlano da sole, ovvio. Ma è stato necessario far emergere tutte le sfumature della civiltà longobarda: dagli echi manzoniani alla tradizione toponomastica e gastronomica». Gastronomica? «Certo. Abbiamo stilato un menu con piatti tipici della cucina dei vostri antenati. Non mi chieda che mangiavano perché non me lo ricordo». Ma come funziona la trafila con l'Unesco? «Una volta individuati i siti, si procede con mappature, perimetri, piani urbanistici, indici critici strutturali e tutto il resto. Un lavoro certosino, se si sbaglia anche solo un centimetro è finita. Vuole sapere qual è il segreto?». Prego. «Non bisogna prendere in esame aree troppo vaste, meglio restringere sempre il campo. Altrimenti si rischia di annettere reperti che non sono coerenti tra loro. I commissari questo non lo perdonano. Ma la cosa più difficile è mettere d'accordo tutti: periti, autorità, diocesi, professori. Nel caso dei Longobardi ho dovuto interagire con circa trecento persone in tutta Italia. Molto spesso, si può immaginare, ci sono sindaci e assessori che vogliono fare le prime donne, avere più attenzione degli altri. Io li metto tutti in riga. O si fa come dico io o arrivederci e grazie». A questo proposito, come si è comportata Brescia? «Siete stati bravissimi. Puntuali, precisi, umili, sempre disposti ad ascoltare le esigenze degli altri. E molto preparati. Soprattutto, i ragazzi dell'Università che hanno lavorato come volontari, senza prendere un quattrino». Ora che la nomina c'è che si fa? «Manca la pubblicità, i laboratori didattici, i gadget, gli scambi tra le scuole: i bimbi di Cividale del Friuli verranno a Brescia e viceversa. Dobbiamo insistere nel collaborare tutti uniti. La prossima edizione della Bit, la fiera del turismo, dovrà essere invasa dagli stand longobardi, com'è accaduto nelle scorse edizioni. E se una città non ha soldi per affittarne uno, sarà ospitata dalle altre». E se lo dice la generalessa non si discute.