Usò cinema e musica contro la paura degli Anni di piombo «Mio padre era un'artista prestato alla politica. Attraverso la politica ha cominciato a fare cultura». La migliore definizione di Renato Nicolini, morto ieri a settant'anni dopo una lunga malattia combattuta con ironica dignità fino alle ultime ore, appartiene a uno dei suoi cinque figli, Simone. Solo un artista della politica avrebbe potuto trasformare nel 1977, come assessore alla Cultura della giunta di sinistra di Giulio Carlo Argan, la Roma terrorizzata dagli Anni di piombo nel palcoscenico di un'invenzione onirica, l'Estate Romana. Il 25 agosto 1977, sotto le stelle, alla Basilica di Massenzio (la romanità come materia viva della contemporaneità sottratta alla retorica cara al fascismo) venne proiettato «Senso» di Luchino Visconti. Il sogno materializzato portava la firma di Renato Nicolini, allora 35 anni, iscritto al Pci dal 1962, che aveva già stupito Roma nel 1975 organizzando due effervescenti Feste dell'Unità a piazza Navona e Castel Sant'Angelo. Dal 25 agosto 1977 Roma mutò per sempre grazie a un gesto intrinsecamente «politico»: cancellare la paura dalle piazze e dalle notti. Giorgio Amendola lo ammonì a Botteghe Oscure: «Compagno, la cultura non è solo avanguardia». Lui sorrise e ignorò la raccomandazione puntando tutto proprio su sperimentazione e contrasto, miscelando cultura «alta» e «bassa»: Visconti a Massenzio accanto a Ciccio e Franco. Il Ballo a Villa Ada tra grande rock e Sanremo. Capolavoro insuperato, caso internazionale ancora studiato in molte università, la kermesse dei poeti sulla spiaggia di Castel Porziano (diecimila presenze, tre giorni, giugno 1979) con Allen Ginsberg, Peter Orlovsky, Evtushenko, Burroughs applauditi dai ragazzi delle borgate romane. Quando in Campidoglio i burocrati del Pci minacciarono di tagliargli i fondi, contestandogli proprio Castel Porziano, lui declamò Montale nell'aula di Giulio Cesare: «Ascoltami, i poeti laureati si muovono soltanto tra le piante dai nomi poco usati bossi licustri acanti; io per me amo le strade...» Lo ascoltarono attoniti. Gli ottanta milioni di finanziamento si sbloccarono. Altre idee dell'artista della politica. Il Capodanno sotto il Traforo. La «Love City» al Foro Italico. Un carnevale in via del Corso. E la lista potrebbe continuare a lungo. Per spiegare i suoi progetti, costruì coscientemente il «nicolinismo» sui media, facendosi per esempio fotografare con le ali dorate su l'«Espresso» mentre saliva su una scala. Inevitabilmente il Pci più tradizionale lo vedeva come un corpo estraneo. Antonello Trombadori, padre nobile del Pci romano e protagonista della Resistenza, gli rimproverò di aver trascurato il «permanente» per amore dell'«effimero» («er 'fimero», ridacchiava il Trombadori dei sonetti). Lui replicava teorizzando che «festa e cultura non sono, non possono essere due termini in opposizione... la verità è che noi lasciamo allo spettatore la possibilità di sentirsi protagonista, di farsi il proprio programma». Argan lo stimava e lo sosteneva, ma da un raffinato pianeta molto lontano. Con Luigi Petroselli ci fu profonda intesa e complicità. Dopo la sua drammatica morte sul campo nel 1981, prevalse l'Apparato comunista. Nel 1984, sindaco Ugo Vetere, Nicolini si lamentava: «La giunta non approva più nessuna mia delibera, non c'è una sola mia iniziativa che non abbia avuto controlli preventivi, in certi casi stranissimi, il segretario generale è arrivato a dire che il Comune non ha alcuna competenza per gestire iniziative culturali...» Seguirono mille altre incarnazioni. Deputato del Pci. Ovviamente architetto e docente universitario, quale era per laurea e interessi. Assessore a Napoli, vicepresidente della fondazione «Festival dei Due Mondi» di Spoleto, commissario del Teatro Stabile dell'Aquila, candidato sindaco di Roma nel 1993 per Rifondazione. Autore teatrale e per-former. Solo ora il Pd (Lucio D'Ubaldo) rimpiange che se nel 1981 non fosse prevalsa d'anima continuista e burocratica del Pci, Nicolini sarebbe stato un sindaco capace di anticipare il dialogo tra i riformisti». Il centrodestra lo ricorda e lo esalta, altro frutto finale di quella «arte politica». Gianni Alemanno: «Un maestro di come si porta la cultura in mezzo alla gente». Renata Polverini: «Protagonista e artefice di una rivoluzione nel mondo culturale di Roma che perdura ancora oggi». Fabrizio Cicchitto: «Ha rappresentato un'epoca». Ne sorriderebbe, lusingato ma sempre un po' beffardo, come spesso faceva. Camera ardente domani, lunedì 6 agosto, nel «suo» Campidoglio dalle 9. Chi era La vita Classe 1942, Renato Nicolini si laurea in Architettura e nel 1976 diventa assessore alla Cultura a Roma durante il mandato di Giulio Carlo Argan La politica Eletto deputato nel 1983 nelle file del Pci, resta in Parlamento per tre legislature. Dal 1994 al 1997 è assessore alla Cultura a Napoli dal sindaco Antonio Bassolino
Addio all'inventore dell'Estate Romana che ripopolò le piazze
Renato Nicolini, un artista e politico italiano, è morto a settant'anni. Era noto per aver utilizzato il cinema e la musica per contrastare la paura degli Anni di piombo a Roma. Nel 1977, ha organizzato l'Estate Romana, un evento culturale che ha portato la firma di Renato Nicolini, allora 35 anni, iscritto al Pci. L'evento ha cancellato la paura dalle piazze e dalle notti. Nicolini ha anche organizzato altre iniziative culturali, come la kermesse dei poeti sulla spiaggia di Castel Porziano e la Love City al Foro Italico. Ha lavorato come assessore alla Cultura a Roma e a Napoli, e ha anche scritto teatro e per-former.
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