Il supermanager fa il bilancio del suo lavoro alla Valorizzazione Resca lascia il Collegio Romano e accusa: da 30 anni i governi non comprendono che il Belpaese è risorsa Mario Resca, che cosa porta via dalla sua scrivania al Ministero dei Beni Culturali, che lascia oggi, dopo tre anni alla Direzione della Valorizzazione, per scadenza del contratto? Le mie memorie. Buone, tutto sommato. E i manifesti, quelli delle campagne pubblicitarie che ho ideato appena cominciato il mio lavoro al Collegio Romano. Se li ricorda? Una gru smantella il Colosseo, e la didascalia dice "Se non lo visiti lo portiamo via". E' grintoso ed essenziale, come sempre, Resca. Dice con incisiva flemma ciò che pensa. Ricorda che lui ai Beni Culturali c'è venuto per civil service, non per fare carriera. Nel suo cassetto ci sono anche articoli di giornale? Quelli velenosi all'avvio del suo incarico, quando storici dell'arte, archeologi, professori, da Settis in poi, giudicavano una iattura che un manager di McDonald si occupasse di Pompei o degli Uffizi? Certo che ci sono. Ma, guarda caso, le notizie sui Beni Culturali si sono triplicate negli anni del mio lavoro. Era quello che volevo. Ho inteso la valorizzazione del patrimonio culturale, di cui parla l'articolo 9 della Costituzione, come comunicazione. La Direzione ad hoc, nata con il mio incarico, ha avuto questo fine. Alcuni risultati li ho ottenuti. E ha incassato complimenti anche da chi inizialmente l'ha criticata. Credo si porterà via, tra i memorabilia, l'ultima lettera della Uil Beni Culturali, prima nemica, che ora plaude al suo operato. O l'intervista che le ha fatto poche settimane fa «Il Giornale dell'Arte». Già, il Giornale dell'Arte di Allemandi. Sa che cosa ha detto l'editore qualche settimana fa? Che in Italia ci sono quattro Mario: Monti, Draghi, Balotelli e Resca. Altri dietrofront? Quello di Antonio Paolucci. Cominciò freddino, poi abbiamo collaborato bene per le Scuderie del Quirinale. Ma mi porto via dal mio cassetto anche i video dei dibattiti in tv ai quali ho partecipato, mettendoci la faccia per parlare dei problemi del settore. Quali sono i mali dei Beni Culturali? Non si tratta solo delle esigue risorse finanziare, ma di risorse umane. La governance del ministero è inadeguata. L'ho capito non stando dietro la mia scrivania ma andando in giro, senza preavviso, nel Bel Paese. Il merito conta poco, è soffocato da posizioni cristallizzate e dalla burocrazia. Il direttore di un museo archeologico sarà un grande studioso, ma probabilmente non ha le competenze per trattare con i sindacati, indire gare d'appalto, gestire il personale. Ci sono anche responsabilità politiche. E' il mio j'accuse. I governi degli ultimi trent'anni non hanno difeso il patrimonio culturale, né l'hanno valorizzato. Io non penso alla mercificazione della cultura. Dico però che quelli culturali sono i nostri beni capaci di tirarci fuori dalla crisi. Posti di lavoro ai giovani non li danno le fabbriche, che stanno chiudendo. Possono venire dall'industria turistica. I cinesi che visitano l'Italia, come altri stranieri, non vanno al mare, ma nei musei, nei parchi archeologici, nelle città d'arte. Commercianti e imprenditori investono in cultura. Lei ha lavorato con tre ministri: Bondi, Galan e Ornaghi. Com'è andata con ciascuno di loro? Bondi ha convinto me, che avevo creato Confimprese proprio per snellire la burocrazia, a farmi paracadutare nelle "linee nemiche", quelle di un ministero. Mi ha dato fiducia e carta bianca, entro i limiti di legge. Ha creato la Direzione della Valorizzazione distinguendola da quella della Tutela. È stato ingiustamente messo da parte e fatto capro espiatorio dei crolli a Pompei. Pompei, come Villa Adriana o Paestum, crollano da anni, anche ora. E Galan e Ornaghi? Col primo ho avuto un rapporto dialettico e di contrapposizione. Il progetto per la Grande Brera, della quale ero commissario, è rimasto monco per l'incapacità politica di sostenermi. Ornaghi è persona di cultura, mi ha lasciato lavorare. Con lui però solo incontri formali, certamente non intensi come quelli avuti con Bondi. In che cosa lei ha vinto? Con le campagne di comunicazione e con iniziative promozionali, come l'ingresso gratuito nel giorno del compleanno o di San Valentino per le coppie, ho aumentato i visitatori di un inaspettato 12 per cento, mentre mi aspettavo il 6. Accendere l'interesse è fondamentale. La strategia si porta appresso anche l'aumento dei biglietti. Altro grande risultato, il padiglione permanente italiano al Museo di Pechino, in piazza Tien An Men. Siamo l'unico Paese ad aver ottenuto tanto in Cina. Ora, il rammarico. Non aver attuato la riforma per i servizi museali, introducendo la liberalizzazione delle gare d'appalto. Mi sono scontrato con resistenze enormi per mantenere contratti che durano da troppo. Invece garantire ristorazione, libreria, accoglienza migliore è rendere attrattivo un museo, come avviene in tutte le metropoli. All'estero ogni visitatore oltre all'ingresso spende 15 euro di servizi. Da noi tre euro. Chiedetevi perché la cultura in Italia non rende. Chi è Mario Resca è stato dal 2009 a oggi direttore generale alla Valorizzazione del Ministero dei Beni Culturali. Lascia per scadenza contratto. È stato ad di McDonald, a capo di Confimprese, cda di Eni, Rcs e Mondadori.