Fiumi di dichiarazioni sui blog, alle agenzie, su Facebook. Piangono i «compagni», una volta Pci, ora Pd o Api, di Nicolini. Si affrettano a esprimere rammarico per la dipartita, a cominciare da Bersani che ha dato per primo su Twitter la notizia. Ma arriva pure, staffilata alle lacrime di coccodrillo, la dichiarazione del figlio di Nicolini, Simone: «È imperdonabile che Roma abbia perso venti anni di Nicolini. Mio padre doveva e poteva essere sfruttato meglio dalle risorse politiche della città». E invece no, la sinistra post-comunista lo aveva messo inesorabilmente da parte. Troppo libero, incapace degli inchini della politica, anche se parlamentare col Pd è stato. Impossibile, poi, perdonargli lo strappo, la candidatura a sindaco nel 1992 con Rifondazione e la Lista Liberare Roma, allorché Rutelli correva per il Campidoglio. L'anno dopo Nicolini chiuse con il Parlamento e fu politicamente isolato nella sua Roma. Silenzio, allora, da Veltroni (l'architetto dell'Estate Romana aveva demolito il suo piano regolatore redatto con Morassut), ovviamente da Rutelli, ma anche da Borgna e da Bettini. Insomma, dai nuovi divi dell'intrattenimento capitolino di sinistra, che rimasticavano l'invenzione dell'effimero. Dovette «emigrare» nella Napoli di Bassolino per avere un ruolo politico, di assessore comunale al Turismo. Nella Capitale è stato invece apprezzato dalla destra. Dall'ex assessore alla cultura di Alemanno, Umberto Croppi, che voleva dargli un ruolo. O dall'ex sottosegretario ai Beni Culturali, il pidiellino Francesco Giro, che non ha fatto in tempo «a segnalarlo al ministro Ornaghi come nuovo presidente della Fondazione MAXXI». Proprio Croppi ha scoperchiato l'ipocrisia dei vertici del Pd. Su Facebook ha postato uno sfogo di Nicolini, il quale ricorda «la damnatio memoriae che avevo conosciuto con Veltroni e Bettini, come se dovessi ancora scontare la pena per essere sceso in campo contro Rutelli sindaco (in un dibattito al Vascello il candidato senatore Gianni Borgna era saltato a piè pari da Pasolini a se stesso)...». Come niente fosse, ieri il buonista Veltroni si è rammaricato con un «è davvero difficile dire addio a Renato Nicolini, grande assessore alla cultura». Rutelli ha espresso «grande dolore» riconoscendogli «il cambiamento di primaria importanza che ha accompagnato la mia generazione». Borgna, bontà sua, gli ha concesso post mortem di aver «inventato il ruolo di assessore alla cultura». E Bettini si è inchinato «al geniale amico, compagno, uomo di governo». Lancia un sasso nello stagno Patrizia Prestipino, assessore provinciale del Pd, augurandosi che il centrosinistra riconosca «le sue energie migliori». Magari non effimere.