Riecco le spiagge cristalline e i vicoli frequentati da comitive di turisti. Qualcuno chiede: "Ma davvero qui era tutto distrutto? Non è possibile" 285 giorni è il tempo passato dall'alluvione che ha colpito le Cinque Terre, era il 25 ottobre scorso Le grandi cifre sono II: «26.10.2011». Tracciate con la bomboletta spray sulla navata esterna della chiesa di San Giovanni Battista a Monterosso, stanno sbiadendo. Nessuno le cancellerà mai, saranno soltanto il tempo e il sole che adesso picchia forte sulle Cinque Terre a far impallidire il ricordo di quelle ore drammatiche, vicine eppure lontanissime. In realtà la data dell'alluvione che dieci mesi fa ha sconvolto quest'angolo di paradiso è il 25 ottobre ma certo nessuno quel giorno, mentre le acque dei torrenti Morione e Valle mordevano le facciate delle case di via Roma, poteva pensare di lasciare un segno di quelle ore. Il giorno dopo, con il paese sommerso da un letto di fango alto tre metri, qualcuno ha voluto fissare nel tempo una data, che fosse monito e speranza. Quella di rinascere. E Monterosso è rinata sulle sue spiagge cristalline e la memoria «26.10.2011 è la scritta sulla navata della chiesa. Nessuno la cancellerà nei suoi vicoli che giocano tra sole e ombra, rinata al punto che qualche turista più distratto di altri - e tanti ne sfornavano ieri ogni mezz'ora i treni che fanno la spola tra Spezia e Sestri Levante - è arrivato a chiedere al ristorante, all'albergo o al negozio di souvenir: «Ma davvero qui era tutto distrutto, qui c'era fango al primo piano delle case? Non è possibile». Non sembra possibile che questo borgo di pescatori, in apparenza intatto e sonnolento, con i turisti che passeggiano tra i dehors dei ristoranti e i vestiti appesi sulle facciate delle case ridipinte a colori vivaci, potesse dieci mesi fa essere uno degli epicentri del disastro. Ai tavoli del ristorante Moretto, nella piazza che allo sbocco di via Roma è uno dei luoghi simbolo del disastro, una comitiva di amici lombardi e piemontesi si gode la brezza che arriva dal mare. Susanna Iacovelli, milanese, ha casa qui da vent'anni: «Sono stati fantastici, hanno lavorato sodo per ricostruire, e il risultato è davanti a noi: sembra tutto come prima». Conferma Fausto Bergaglio di Gavi: «A Monterosso sono riusciti, più che altrove qui nelle Cinque Terre, a ripartire in tempo per la stagione estiva». Risalendo via Roma, al pub «Fast» c'è chi, come Emanuele Colli, trent'anni, assicuratore a Milano, già il 27 ottobre con amici in paese a spalare fango. «Vengo qui da quando avevo sei anni, questa è casa mia, potevo farlo e sono venuto per venti giorni a lavorare con la mia gente». I monterossini non hanno molta voglia di parlare di quei giorni. Non amano piangersi addosso e non vogliono che si pensi che il ricordo di quel dramma venga sfruttato a fini pubblicitari. «Se qualcuno ci chiede di quei giorni - conferma Edoardo Scuditti, direttore dell'Hotel Margherita che la furia delle acque devastò in pochi minuti - mostriamo il libro fotografico che racconta l'alluvione. Ma è tutto. La gente ha voglia di guardare avanti. E per fortuna, i turisti sono tornati. Siamo al completo, abbiamo riaperto ai primi di luglio e da allora non c'è una camera libera». Voglia di gettarsi alle spalle ricordi dolorosi e tanta fatica. La si legge negli occhi della proprietaria del Margherita, Carla Lorenzon, e della figlia Serena Arpe, che a pochi metri dall'albergo ha un laboratorio che sforna focacce e farinate. Qui, tra via Gioberti e via Roma, a seminare distruzione è stato un affluente del Morione, il rio Valle. Con il sindaco Angelo Betta risaliamo via Roma fino a località Loreto: la copertura del rio è stata completamente scoperchiata in questi mesi per ripulire le tonnellate di fango e massi trascinate dalla collina. Ora, al posto dell'asfalto, lunghi tratti di strada mostrano griglie metalliche e pannelli di legno da mezza tonnellata l'uno: sembrano il ponte di una nave e possono, se necessario, essere sollevati in pochi minuti per far defluire le acque. A monte di Loreto, il rio Morione scorre in una gola delimitata da argini in pietra. Antichi. E sovrastati da terrazzamenti coltivati a limoni. Mario Giuliano Gando, 65 anni, accarezza le sue piante che crescono su un terreno di famiglia. «Nel '66 l'alluvione fece disastri, non come quelli del 2011, ma comunque fu una tragedia», dice Giovanni Poggi, sindaco fmo al '72. «Vede il letto di quei due torrenti? - spiega il sindaco Betta -. Li ha creati l'alluvione. Noi abbiamo scelto di assecondare la natura». Basterà?