L'impressione è che la città non si sia resa conto di essere stata colpita al cuore. E men che meno l'Italia. Intesa come Ministero dei Beni Culturali, istituzioni, associazioni culturali, intellettuali, comunicatori. Ne sanno di più gli stranieri, che si informano sui prezzi, la disponibilità dei posti letto, gli orari dei musei; e consultando il sito del Palazzo Ducale sono tristemente informati: Camera degli Sposi off limits. Per quanto tempo? «Sine die», risponde Stefano L'Occaso, il suo direttore: non si possono stabilire tempi, prefigurare date. «Non fosse cerca di sorridere la Soprintendente, Giovanna Paolozzi Strozzi che il capolavoro del Mantegna, il fulcro trainante di tutto il Palazzo, è stato sfiorato dal sisma, ma solo un pochino. E' il suo scrigno, che non ci permette di vederlo. Il Castello ha subito lesioni pericolosissime». Il Castello di san Giorgio. Una fortezza militare progettata nel 300 da Bartolino da Novara, già famosissimo per aver realizzato il castello Estense a Ferrara. Inaccessibile: in parte a strapiombo sul lago formato dal neghittoso acciambellarsi del Mincio, per il resto difeso da un fossato profondo. Non a caso, è nelle stanze sopra la «Camera Picta» che erano stati rinchiusi i cospiratori mandati a morire a Belfiore. Ai tempi della dominazione austriaca, Mantova era città-prigione, ce n'erano dappertutto. Scar-sellini, Speri, Tazzoli, Poma, Calvi, tutti gli altri: tenuti al sicuro, di fianco all'appartamento del governatore. E guarda, come va la vita. Il Castello presenta crepe tremende. Ma a costo di travolgerlo nella sua stessa rovina, tiene prigioniero il cuore di Mantova. «E infatti quasi inveisce il presidente di Italia Nostra, Sergio Cordibella senza la Camera degli Sposi, è come se Mantova fosse già morta». Guido Piovene, «Viaggio In Italia», 1,957 Mattinata limpida e torrida. Una comitiva si aggira smarrita davanti all'ingresso del palazzo Ducale. Ha appena saputo che potrà visitare l'Estivale, lo Studiolo e la grotta di Isabella. Le hanno assicurato che dal 6 settembre rivedrà la Corte Vecchia, gli affreschi di Pisanello, le tele di Rubens, l'appartamento vedovile di Isabella; e, dopo tantissimo tempo, persino l'ala dei Guastalla allestita come ai suoi tempi migliori: statuaria, antica e rarissima, tele mai viste. Ma non gli Sposi. Il Ducale è un museo di 35.000 metri quadrati costituito da una serie di edifici costruiti dai Gonzaga nei quattro secoli del loro splendore. «E forse azzarda Giovanna Paolozzi Strozzi il fatto che siano stati legati fra di loro attraverso ponti, passaggi e corridoi, scale, ha contribuito a danneggiarli tutti». Dalle finestre, vista struggente sulla calma piatta del lago, sui merli e i torrioni, sul campanile decapitato di Santa Barbara. Il capolavoro del Mantegna è nel Castello: precisamente, nella torre di sinistra verso il lago. Spiega L'Occaso: «La più disastrata. L'appartamento sovrastante la Camera degli Sposi, quello dei martiri di Belfiore, è una rovina». Stanze deserte. Silenzio. Nei sotterranei, squadre di operai stanno mettendo in sicurezza le basi del palazzo. La Soprintendente: «Encomiabili. Lavorano sulle promesse della Regione, ma finora non si è visto un euro». Modi squisiti e mano di ferro. «Qui non si dorme, ho detto ai dipendenti del Palazzo: 8o di loro sono a fianco degli operai a spostare statue, casse di quadri, pulire, lavare». E' arrivata da poco: «Un grande onore, per me: 240.000 visitatori in un anno, migliaia di studenti felici. E i nostri giardini, tutti ben puliti e curati. Bisogna ripartire. Sennò, che cosa lasciamo ai nostri figli e nipoti»? E' una donna, e si sente. Il Castello è sempre là, sotto il sole. Le sale, le stanze, le scale non finiscono mai. Ti accorgi che stai arrivando agli Sposi dove il lustro e l'ordinato finisce. Calcinacci sul pavimento. Dalla sala di Manto, altissima, acusticamente perfetta, pare sia passato Magritte: contro le crepe che salgono dalle fondamenta e penetrano fino alle soffitte, copie romane di Fidia ricoperta di drappi candidi. Lo scalone di Enea. Crepe fra gli stucchi delle pareti dipinte come un antico marmo. La scala elicoidale dei cavalli, meraviglia di tutti i bambini: i prìncipi e gli ambasciatori salivano al primo piano senza smontare di sella. Armatura e tutto. E magari il sangue dei vinti sugli stivali disegnati da un pittore. Mantegna stesso, perché no. «Eccola», dice L'Occaso. Si intravvede un traliccio. «Lo abbiamo portato qui in previsione di rimediare alla crepa che corre fra la manica del duca e il naso di un cortigiano. Ma chi si fida, adesso». Adesso, la Camera degli Sposi si vede come non si è mai vista prima. Asettica. Disarmata. Deserta. Il cuore del Palazzo. Il gioiello dell'umanità. E' da qui, che una città è lasciata morire? Ministro Ornaghi, lei non deve permetterlo.