La storia, come insegnano gli antichi, è «maestra di vita». i Pertanto, discutendo sul futuro degli edifici storici milanesi, dopo l'allarme lanciato su questo giornale da Philippe Daverio può essere utile riprendere un altro articolo pubblicato sul Corriere circa settant'anni fa. È la fine di marzo del 1943 e l'architetto Gio Ponti, sotto i bombardamenti aerei, espone un coraggioso punto di vista sulla ricostruzione del patrimonio edilizio nazionale. In sintesi, il futuro progettista del Grattacielo Pirelli invita a distinguere gli edifici «totalmente distrutti», sostituibili con opere nuove, «cioè edifici splendidi ma del nostro tempo come espressione, per il nostro tempo come destinazione», da quei monumenti «parzialmente offesi» che, secondo Ponti, devono non solo essere restaurati perché «patrimonio di cultura mondiale» ma anche destinati «ad istituzioni di cultura e del popolo». Così, conclude il maestro milanese, questi «vecchi palazzi» adempieranno «ad una doppia funzione sociale». Oggi, imparando da quelle riflessioni, la «doppia funzione sociale» delle più prestigiose architetture storiche può essere garantita solo da un progetto capace di intrecciare due obiettivi: conservazione e adeguamento del manufatto, senza complessi nel condurre il dialogo tra modernità e tradizione, e nuova destinazione dell'edificio offerta alle strutture della civitas quali scuole, teatri, musei, uffici pubblici, residenze sociali. In questo modo la città sarà un «magnifico teatro» nel quale metteremo in gioco sia la responsabilità che sempre più sentiamo nei confronti della storia, sia quella trasformazione a cui gli spazi urbani devono periodicamente sottoporsi per rispondere ai bisogni dei propri abitanti. Tuttavia, in un territorio nazionale ricchissimo di testimonianze del passato immeritatamente consegnate nelle nostre mani, la città di Milano non è certo uno degli esempi più virtuosi da prendere a modello. Tra gli esempi clamorosi del passato c'è quello della chiesa di San Protaso ad Monachos le cui antiche origini protocristiane, legate ai martiri milanesi Gervaso e Protaso, oggi rimangono solo nel titolo dell'omonima via, perché negli anni Venti una banca acquista l'area e demolisce tutto per costruire un nuovo edificio. Ma per fortuna non mancano i contenuti nell'altro piatto della bilancia. Nel dopoguerra, in un clima di rinnovata sensibilità culturale, la Ca' Granda è restaurata per ospitare la sede dell'Università degli Studi, l'ex Convento degli Olivetani costituisce il primo nucleo del Museo nazionale della scienza e della tecnica, così come il Museo Archeologico trova la sua nuova sede nell'ex Monastero Maggiore. Nel corso del tempo Milano ha dimostrato di saper assegnare ai «vecchi palazzi» quella «doppia funzione sociale» in grado di non snaturare il senso stesso del termine «monumento», che è quello di mantenere vivo un «ricordo» collettivo. Se oggi non riesce più a farlo è meglio lasciare la memoria del passato nel nome di una via, piuttosto che tenere in piedi qualche frammento «vintage» tristemente appoggiato a una nuova struttura.