LA RESTITUZIONE, doverosa, dell'antica stele di Axum all'Etiopia, malamente avviata dal precedente governo e in modo ancora peggiore condotta da quello attuale, ha trasformato in una farsa un atto riparatore che, altrimenti, avrebbe potuto assumere un significato di rilievo nella questione, tanto dibattuta e così importante per l'Italia, della reintegrazione delle opere d'arte nel loro contesto di appartenenza. Fin dall'inizio l'impresa è stata affrontata con grande leggerezza diplomatica. Durante una visita in Etiopia, qualche anno fa, un sottosegretario di stato del Ministero degli este-ri assunse l'impegno di restituire subito il monumento senza tenere in alcun conto i tempi necessari per studiarne la protezione, le difficoltà connesse con il trasporto fino ad Axum, ed i costi elevatìssimi che si sarebbero dovuti sostenere. Sarebbe stato oltretutto disa-stroso, per l'immagine dell'Italia, se per porre ripaio al guasto causato al patrimonio artistico di un'altra nazione l'operazione si fosse risolta in un fallimento, aggiungendo al danno della predazione quello della distruzione della stele. Ciò nonostante, per la fretta e con l'intentò di contenere i costi del trasferimento, non si esitò a prendere in considerazione un progetto predisposto nel 1999 dall'Iccrom, l'organismo dell'Unesco che si occupa di conservazione e di restauro monumentale, che prevedeva il taglio della stele, al-ta24 metri, in diverse porzioni in modo da renderne praticabile il trasporto aereo. Il merito di questo progetto non consisteva tanto nel rispettare la ridicola previsione di spesa iscritta nel bilancio dello Stato per l'importo di un miliardo di lire(circa 516,000euro),che comunque non sarebbe stato sufficiente, quanto nel risultare gradito alle autorità governative di entrambe le partì. A queste tutto interessava, infatti, fuorché l'integrità del monumento, con evidente dispregio di quelle motivazioni di ordine culturale che unanimemente esse avevano sostenuto al di là degli obblighi derivanti dal trattato di pace del 1947. Si riuscì allora ad evitare che il granito dell'antico monolito venisse aggredito dalla sega per essere ridotto a pezzi. Non fu tuttavia possibile impedire, prima di aver programmato la spesa necessaria e prima di aver verificato le effettive possibilità di trasporto, che si mettesse mano alla rimozione del monumento con la sua scomposizione nei tre grossi frammenti in cui esso era stato trovato ad Axum dopo il crollo a causa di un terremoto. Il risultato è noto: la stele è stata smembrata, e le sue parti sono state tenute accatastate precariamente per quindici mesi in una caserma presso Fiumicino in attesa di ottenere i finanziamenti necessari per il trasporto in Etiopia e di trovare un aeroplano capace non solo di sopportare il peso delle ingenti masse granitiche ma anche di atterrare sulla pista dell'aeroporto di Axum. La questione non è tuttavia ulteriormente eludibile, pena la credibilità dell'Italia che ha sostenuto in ogni sede internazionale l'obbligo di restituzione delle opere d'arte trafugate durante la seconda guerra mondial e la necessità di arginare il saccheggio dei suoli archeologici provocato da un mercato sempre più aggressivo, alimentato da scavi clandestini e controllato da potenti organizzazioni del crimine. Si dice ora che entro tre mesi si dovrebbe provvedere al trasferimento in Etiopia. Vedremo. A interferire negativamente, in passato, sulla restituzione della stele di Axum insistentemente richiesta dagli Etiopi è stato anche il timore, ben diffuso negli ambienti internazionali collegati coni grandi musei di Londra, Parigi, Berlino, NewYork, Copenhagen, di creare un precedente significativo, il quale avrebbe potuto dare luogo ad una serie infinita di rivendicazioni sulla proprietà di opere d'arte divenute preda bellica nel corso dei secoli, fino dall'antichità, e trasferite da una parte all'altra del mondo. Non avrebbe senso, tuttavia, rimettere in discussione avvenimenti che appartengono ad una storia conclusa. La coscienza storicistica dei nostri tempi, e al di là di essa il buon senso, ci inducono a riconoscere che Le opere d'arte trovano la loro collocazione naturale non già nell'ambiente originale, ove esse sono state prodotte, bensì in quello che pili compiutamente ne assomma la storia. Per fare un esempio, un vaso attico rinvenuto in una tomba di Tarquinia è si fonte di conoscenza per l'arte greca ma lo è anche per il mondo etrusco che lo ha fatto proprio; e ancora, i tesori d'arte che dia fine della guerra sono stati trasferiti a Mosca dai musei di Berlino devono essere restituiti a questi e non ai luoghi di antica provenienza, sia perché è in Germania che essi hanno esplicato le loro funzioni di documentazione e di irradiazione culturale, sia perché non è ammissibile la spoliazione artistica come risarcimento dei danni di guerra. Non sono da Considerare conclusi, con quel distacco che proviene dal senso della storia, acca-dimenti sulla cui ulteriore definizione può essere ancora influente l'assunzione di responsabilità sotto il profilo etico, culturaleepo-litico. Rientrano quindi in questa categoria le rapine e i trafugamenti di opere d'arte, da quelli cheavvengono in Iraq a quelli che hanno infierito in epoca contemporanea sul patrimonio culturale mondiale durante guerre, occupazioni coloniali e dominazioni politiche. In tutti questi casi le restituzioni sono quindi dovute. La mancata restituzione della stele di Axum, a quasi sessant'anni dal trattato di pace con l'Etiopia, mentre si reclamavano e spesso si recuperavano le opere d'arte sottratte all'Italia, sta a indicare come qui non vi sia stata la coerenza di riconoscere che non sono solamente gli altri a dover fare i conti con il proprio passato. La collocazione della bella stele granitica trasferita a Roma da Axum dopo l'occupazione italiana dell'Etiopia ebbe all'epoca un valore simbolico ben manifesto: nel sito della antica porta Capena, dinanzi al Ministero dell'Africa Italiana - ora sede della FAO - e all'imbocco della via Appia, la tradizionale direttrice dell'espansione romana verso la Grecia, l'Oriente e l'Africa, veniva posto il segnacolo del riconquistato impero, emulando l'antichità nella pratica di ornare la città eterna di grandi obelischi monolitici trasferiti dalla provincia d'Egitto. Questo simbolismo si era poi smarrito nel tempo, e il monumento restava II come ingombrante testimone di una velleità imperialistica risoltasi nella più vasta tragedia del conflitto mondiale. Ma non basta: il monumento di Axum era divenuto scomodo perché sollecitava anche il ricordo di un altro debito mai saldato con l'Etiopia, quello del riconoscimento delle atrocità e degli eccidi di massa commèssi durante l'occupazione italiana. L'ampia discussione svoltasi in occasione dei processi per gli eccidi nazisti in Italia avrebbe potuto costituire negli anni passati una buona occasione per farlo. Durante i negoziati per la restituzione della stele di Axum, svoltisi presso il Ministero degli Esteri nel 1999, la delegazione etiope si dichiarò disponibile ad offrire in dono all'Italia blocchi di pietra granitica di Axum per erigere a Roma una stele moderna nel luogo ove era stata collocata quella antica, a Porta Capena. Sarebbe bello accogliere l'offerta, e dedicare il monumento a ricordo delle vittime dell'avventura coloniale italiana degli anni Trenta. Anche il 1 diritto alla memoria è uguale per tutti. Presidente dell'Istituto nazionale di archeologia e storia dell'arte.
la Repubblica
13 Febbraio 2004
Axum, una farsa lunga 15 mesi - La stele, smontata, è ferma in una caserma di Fiumicino
AD
Adriano La Regina
la Repubblica
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Bene culturale
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