Per ora la cultura si è salvata dai tagli della spending review. Il maxi emendamento in Senato ha accolto le istanze di Federculture e Anci che avevano battagliato per scongiurare ulteriori strette in un settore martoriato. Tra l'altro, da Tremonti in poi, senza soluzione di continuità, non è ben chiaro il disegno perseguito in materia economica riguardo la cultura. Di fatto anche nell'ultimo provvedimento di revisione di spesa, si preconizzava lo smantellamento di buona parte del sistema di gestione dei beni culturali: imponendo l'obbligo alle amministrazioni pubbliche di sciogliere tutte le società di compartecipazione pubblica; vietando ad associazioni e fondazioni di ricevere contributi pubblici in cambio di servizi. Con il risultato che si sarebbe ricondotto (e con quali risultati) nell'alveo pubblico la governane della cultura. A questo, si aggiungano alcune norme incomprensibili già operanti, una per tutte la riduzione dell'80 di spesa per mostre a cui sono tenuti da due anni i Comuni italiani (immaginiamo la felicità delle città d'arte). Eppure i beni culturali nel nostro Paese sono un giacimento di identità che dovrebbe essere preservato al di là dei meriti economici, che pur ci sono, essendo un settore vitale per Pil prodotto (76 miliardi di euro) e numero occupati (1 milione e 400 mila). Anche l'ultima ricerca curata da Mario Abis e Gianni Canova sui festival cinematografici (edizioni John Levi) evidenzia inoltre che ogni euro investito in eventi culturali ha un ritorno di circa 3,5 euro sul territorio interessato. Quello che dunque non si comprende è l'assenza di questi temi dall'agenda politica italiana e la conseguente oscillazione dei governi, in questi ultimi anni, tra tagli indiscriminati e tentazioni statalistiche, senza che nessuna politica liberale (per esempio la defiscalizzazione dei contributi privati alla cultura) venga presa in esame. Contrariamente a quello che si possa pensare in tempo di crisi, l'investimento delle aziende in cultura è in crescita e supera i 3 miliardi di euro annui.