Genova è davvero una città sorprendente. Per non dire sibillina. L'ultima è l'acquisizione da parte dello Stato di sette grandi tele di Gregorio De Ferrari, pittore del tardo Seicento, che andranno alla Galleria di Palazzo Spinola. Costo: settecentomila euro. Non è proibitivo, se non fosse per un altro investimento, piuttosto contestato, avvenuto due anni fa: un milione e 200 mila euro per l'Ascensione di Ludovico Brea. Per molti un prezzo eccessivo. Forse sì, forse no. Ma in termini meramente aritmetici fanno quasi due milioni di euro spesi per un piccolo gioiello cittadino che si lamenta un giorno sì e l'altro pure di non avere visibilità, di essere un po' escluso dalla linea di fuoco che incrocia Museo del Mare, Acquario, Porto Antico e poi, con una virata di novanta gradi, Palazzo Ducale e Carlo Felice. In realtà, Palazzo Spinola sta incassando molto più di altre realtà genovesi. Questa volta, poi, con uno sponsor, Vittorio Sgarbi, che ha fatto il diavolo a quattro perché i sette dipinti tornassero nelle collezioni dei musei civici. E sin qui, nulla da dire. La storia di queste tele è a dir poco rocambolesca. Fino al 1970 rimangono a Palazzo Cattaneo Adorno, poi vengono acquistate da Orazio Bagnasco e Piero Pagano. Le loro eredi provano a venderli, ma non ci riesce nemmeno Sotheby's con un'asta nel 2010. Insomma, a una stima minima di un milione e 200 mila euro, quando si dice la magia dei numeri, non li vuole nessuno. Per il povero De Ferrari marca male. Per di più le opere sono notificate, non le puoi portare fuori dall'Italia e lo Stato, davanti a un acquirente, può esercitare il diritto di prelazione. Morale: a prezzo di saldo le tele tornano a Genova. Ma è stato davvero un affare?