"Torino salvi i suoi campi e i contadini invisibili" Pochi lo sanno, ma Torino ha oltre tremila ettari di terreni destinati all'agricoltura: una superficie che non appare nei piani regolatori e che rischia gli assalti della cementificazione. Adesso una proposta di delibera popolare promossa dalle associazioni ecologiste prevede la tutela di queste aree e la promozione di coltivazioni urbane collettive. C'È MA non si vede, o forse si fa fatica a pensare che esista. È l'agricoltura in città: mucche al pascolo, campi coltivati a cereali, orti e frutteti. Nessuna fantasticheria, intendiamoci, accade tutti i giorni attorno alle cascine della Pellerina, nei terreni del Drosso e sui campi del Villaretto. Le terre agricole sopravvissute ai margini delle periferie torinesi negli anni si sono ridotte, soffocate dall'avanzata del cemento. È per salvaguardare questi pochi ritagli di "terra buona" che è approdata a Palazzo Civico una proposta di deliberazione popolare sottoscritta da 1800 cittadini e promossa da Pro Natura, Italia Nostra e Legambiente, insieme con un gruppo di comitati di quartiere e con il forum nazionale "Salviamo il paesaggio". Fino a un decennio fa erano ancora più di 3300 gli ettari di terreno coltivato in città. Nel frattempo qualche fazzoletto di terra si è perso. E, secondo l'ultimo censimento del Verde pubblico, soltanto i terreni agricoli di proprietà della città contano più di 2200 ettari, per quasi un terzo al Villaretto. Tutti sono ancora coltivati, ma c'è un problema: per le mappe del Piano regolatore è come se non esistessero. La destinazione agricola non è neppure presa in considerazione. E il rischio è che, a prescindere dal loro uso, queste aree scompaiano sotto la spinta della cementificazione. La delibera popolare chiede di porre rimedio a questa situazione recependo le norme dell'ultimo Piano territoriale di coordinamento della Provincia, che tutela i suoli liberi dall'edificazione. Ma oltre alla tutela dagli appetiti immobiliari c'è anche il rilancio, senza il quale le aree superstiti rischiano di diventare discariche a cielo aperto. «Le aree agricole urbane sono importanti per l'ambiente e il paesaggio, ma possono anche diventare un'opportunità per la città, che potrebbe destinarle all'agricoltura collettiva fa notare Emilio Soave di Pro Natura, primo firmatario della proposta Chiediamo l'istituzione di orti urbani con criteri innovativi, che favoriscano in particolare le forme associate». Il modello a cui ispirarsi c'è già. È l'orto collettivo di Borgata Parella nato spontaneamente da un gruppo di residenti guidati da Beppe Cassetta, che hanno trasformato una fascia di terreno abbandonato sotto casa in un rigoglioso frutteto. Oppure il "Boscoincittà" di Milano. «Il nuovo regolamento orti è in preparazione fa sapere Marco Grimaldi, presidente della Commissione Ambiente, che ieri mattina ha esaminato la proposta Ma dovrà essere soltanto il primo passo verso un ripensamento del valore sociale ed economico dell'agricoltura in città».