L'Italia dei campanili e ' delle mille città, irriducibilmente declinata al plurale. Un'Italia che dovrebbe riscoprire il significato di parole come "paesaggio" e "opera d'arte" ma che possiede il sistema tutelare del patrimonio artistico più antico e più efficace del mondo. È il Bel Paese secondo Antonio Paolucci. Storico dell'arte allievo di Roberto Longhi, Paolucci è stato direttore dell'Opificio delle pietre dure e laboratori di restauro di Firenze, soprintendente al Patrimonio artistico a Venezia, Verona, Mantova, direttore degli Uffizi e, per quasi vent'anni, soprintendente al Polo museale fiorentino e direttore generale dei Beni culturali per la Toscana. Ministro italiano della Cultura fra il 1995 e il 1996, nel dicembre 2007 è stato chiamato da Sua Santità Benedetto XVI a dirigere le Collezioni pontificie con la nomina di direttore dei Musei Vaticani. Erede di un ruolo che fu, per la prima volta, affidato a Raffaello Sanzio. Professor Paolucci, quale idea d'Italia emerge dal nostro patrimonio artistico, qual'è la sua specificità? La specificità del patrimonio culturale italiano è la sua pervasività e diffusione. Mi spiego meglio. Carattere distintivo del patrimonio culturale italiano è, potremmo stringerlo in una frase sola, il museo diffuso. II fatto cioè che in Italia il Tiziano più bello del mondo non lo trovi nel Museo dell'Accademia di Venezia, dove ti aspetteresti di trovarlo, ma lo trovi nella Chiesa di S. Maria Gloriosa dei Frari ed è l'Assunzione della Vergine. Il Pontormo più bello del mondo non lo trovi agli Uffizi, dove pure ci sono tanti bellissimi Pontormo, ma in assoluto il più bello lo trovi nella Deposizione di Cristo della chiesa di Santa Felicita che sta a trecento metri dagli Uffizi, il quadro famoso che ha ispirato La ricotta di Pier Paolo Pasolini. Questo è il carattere distintivo dell'Italia, quello che ci fa davvero unici e invidiati nel mondo. Quando si dice che l'Italia possiede il 40, il 50 per cento del patrimonio mondiale, sono stupidaggini. Nessuno conosce la reale consistenza numerica del patrimonio artistico italiano, per conoscerla bisognerebbe intanto avere completata l'opera di catalogazione, e siamo ben lontani dall'averla fatta, e poi conoscere contestualmente la quantità numerica del patrimonio artistico delle altre nazioni del mondo. Chi lo sa quanti sono i beni culturali della Russia o dell'Afganistan, della Cina, del Perù, dell'Algeria? Nessuno evidentemente. Quindi confrontare due realtà incognite per trarne una proporzione statistica è semplicemente assurdo, illogico. Quindi non è quello il carattere distintivo dell'Italia e non è neanche una questione di qualità: uno potrebbe dire «ma Raffaello?», allora i tedeschi possono dire «Diirer, forse è meno bello di Raffaello?». Non è quello l'elemento davvero distintivo e qualificante. Il fatto è che, da noi, il patrimonio esce dai confini istituzionali del museo ed è dappertutto, entra nelle pieghe di ogni territorio, entra all'ombra di ogni campanile, entra nelle cento città, nei mille paesi d'Italia, entra nelle strade, nelle piazze, è dappertutto. Perché gli italiani hanno inventato la moda o il design? Perché (non più oggi, perché oggi abitano in orrende periferie come dappertutto nel mondo) i loro padri e i loro nonni abitavano ancora un'Italia bellissima, attraversavano in bicicletta delle campagne e delle città meravigliose e allora vivendo così, per osmosi, uno inventava le automobili e le sottane più belle del mondo. Per forza, non poteva non farlo. Queste caratteristiche pongono però in primo piano il difficile problema della tutela... Anche qui l'Italia ha un primato che i politici costantemente dimenticano. Noi italiani abbiamo il sistema tutelare in assoluto migliore del mondo, più antico di tutti. La civiltà giuridica della tutela è nata in Italia, al tempo di Leone X, grande Papa e grande intellettuale, il quale per primo ha capito, siamo nel 1516, che nel settore dei beni culturali l'autorità amministrativa e prescrittiva deve essere completamente e totalmente inserita nella competenza tecnica. E infatti nomina, nel 1516, Raffaello soprintendente di Roma. Avrebbe potuto nominare un suo sostenitore politico, un monsignore di curia, un cardinale amico suo e invece no, capisce che per questo mestiere ci vuole un tecnico e nomina Raffaello che più tecnico di così non si può. E l'Italia ha inventato il sistema giuridico della tutela affidato alle Soprintendenze. Le Soprintendenze in Italia sono vere e proprie prefetture della tutela che custodiscono e vigilano sul patrimonio, ovunque distribuito e comunque posseduto. Stia dal Principe Colonna o che stia nella Chiesa di San Marcello al Corso, che stia in una parrocchia di Vetralla o di Norcia, la Soprintendenza ha competenza, ha potestà e ha dovere di vigilare tutto questo. Appunto, il patrimonio ovunque distribuito e comunque posseduto, quale che sia il proprietario. Un sistema ancora efficacissimo... Lo sarebbe ancora, efficacissimo, se venissero banditi i concorsi, se si provvedesse al turn over, cosa che in questo momento storico purtroppo non sta succedendo. A me non preoccupano i soldi, se ce ne sono pochi è quasi meglio. Mi preoccupa che vengano a mancare le competenze tecniche che noi italiani abbiamo avuto e abbiamo ancora in modo eccellente. Abbiamo i migliori storici dell'arte, archeologi e restauratori del mondo. Chi se ne frega dei soldi. Questa è la vera ricchezza. Dalla sua esperienza come ministro dei Beni culturali nel governo Dini, nel 1995, è nato un libro: Museo Italia: diario di un soprintendente ministro (Sillabe, 1996). Quali sono state le sue riflessioni? Facendo il ministro come lo ho fatto io, per un periodo breve (scegliendo di fare il ministro non come un politico, io ero un tecnico, mi sono guardato bene da fare il politico) mi sono divertito a fare il soprintendente d'Italia. Un'occasione che non mi sarebbe capitata mai più e che ho sfruttato fino in fondo. Ho girato l'Italia in lungo in largo, da Bressanone a Lamezia Terme, da Arma dilaggia in Liguria, al confine con la Francia, fino a Nardò in Puglia, ed è stata un'esperienza bellissima che mi ha permesso di capire una cosa soprattutto: la sapevo anche prima, però averla verificata così in un anno da soprintendente ministro è stato per me fondamentale. Ho capito che non esiste l'Italia ma esistono le Italie, esistono le differenze, grandissime, ho capito anche che le differenze sono una risorsa, sono un moltiplicatore di energie, di talenti, sono anche un limite però, perché questo Paese non ha mai avuto e non avrà mai un governo minimamente centralizzato che sappia dare delle direttive da tutti rispettate. Questo è un po' il limite dell'Italia. II talento degli italiani affidato alle differenze, alle pluralità delle storie, delle culture locali e l'impossibilità di governare questa meravigliosa varietà di talenti e di vocazioni dandogli un minimo di programmazione, di priorità, di obiettivi. Questo in Italia nessuno riuscirà mai a farlo. Tra le meravigliose storie d'Italia c'è quella di Pompei, esempio di eccellenza e di criticità, un sito archeologico ora sotto i riflettori per il degrado... Tu vedi che Pompei è una mirabile eccellenza, è il mondo antico che si è miracolosamente conservato fino a oggi e poi ti accorgi che il problema di Pompei non sono i crolli. Il problema è il contesto, il fatto che di Pompei, se si trovasse a Varese o a Zurigo, non staremmo qui a parlarne. Ma Pompei si trova collocata nel cuore di una delle zone politicamente, amministrativamente, sindacalmente più degradate del mondo. Questa è la Campania felix. Basta che uno giri per il Casertano e capisce che cos'è questa parte d'Italia. Ecco la vera criticità, cioè il contesto, la realtà politica. E poi trovi le campagne del Chiantishire e ti dici «ma come non è lo stesso Paese, l'Italia?». No, sono le Italie, che mai saranno ridotte a unità. In Italia ci sono molte fondazioni impegnate a sostenere le esigenze del nostro patrimonio artistico. Quali caratteristiche possiede questo mecenatismo? In Italia il grande mecenatismo che c'è stato in altri Paesi d'Europa o d'America, i Pierpont Morgan, i Johnson, quelli che hanno creato i grandi musei americani, il Metropolitan, l'Isabella Gardner Museum di Boston ecc. ecc., il grande capitalismo liberale non c'è mai stato. Quando c'è stato è deperito subito, pensate a Palazzo Grassi della Fiat. L'unico caso di capitalismo italiano virtuoso che all'americana investe dei soldi in un palazzo veneziano per farci le mostre, quanto è durato? È durato poche stagioni, poi è finito come sapete. In Italia esiste un'altra cosa, esiste il micro-mecenatismo legato al campanile e alla piazza, perché gli italiani non hanno affatto il senso dello Stato, lo si dice ed è vero, hanno pochissimo anche il senso della nazione e della patria come ce l'hanno i francesi, hanno fortissimo invece il senso della piazza e del campanile, per cui il mecenatismo italiano, di cui io sono testimone perché l'ho vissuto da soprintendente, è fatto di piccoli imprenditori, posto che ci siano ancora con la crisi di questi anni, di tanta piccola gente che magari staccava l'assegno per restaurare il polittico di Crivelli nella Parrocchia di Sant'Elpidio a mare o di Corridonia, per citare cittadine delle Marche un tempo ricche per via delle loro manifatture e dei mobilifici. Gente che stacca l'assegno perché abita li, perché quando va a prendere l'aperitivo in piazza con gli amici è orgogliosa di quello che ha fatto, perché lo fa in quella chiesa dove la sua mamma lo portava la domenica pomeriggio a sentire i vespri, perché è casa sua, perché non gli fotte niente di Roma e del ministro, ma tutto di quel campanile, di quella piazza e di quella chiesa. Ecco cosa sono gli italiani! Non ti piacciono questi italiani qui? A me piacciono nonostante tutto, perché sono il genio del nostro popolo. Siamo fatti così. Dal dicembre 2007 lei è alla guida dei Musei Vaticani, che racchiudono le espressioni più alte dell'arte italiana ma che non si identificano solo con Michelangelo e Raffaello. In cosa consiste la loro unicità? Qui siamo nel cuore della grande arte universale, siamo contigui con Raffaello e Michelangelo, soprattutto siamo contigui con la grande statuaria classica. Molti dimenticano che i Musei Vaticani sono un museo d'arte antica, sono i musei del Laocoonte, dell'Apollo del Belvedere. La Chiesa Romana Cattolica ha voluto preservare tutto questo, il patrimonio cioè della antichità classica, perché si è ritenuta l'erede legittima dell'Impero Romano, della tradizione classica. Questa tradizione classica santificata dalla rivelazione ereditata dalla Chiesa è entrata qua dentro. Ci sono più uomini e donne nude nelle pitture e nelle sculture dei Musei Vaticani che in qualsiasi altro museo del mondo. Perché questo? Perché qui è pieno di sculture di divinità antiche che sono state conservate, valorizzate, santificate in qualche modo. Perché la Chiesa ha voluto dare rappresentanza alle forme anche le più diverse della creatività umana. Qui ci sono i manufatti degli aborigeni australiani nel Museo Etnografico, accanto a Burri e Fontana nel Museo d'Arte Moderna, c'è Pinturicchio accanto al Beato Angelico, Michelangelo insieme agli etruschi, agli egizi e ad Antinoo, l'amante di Adriano, che ha un posto d'onore nel percorso dei Musei. Se c'è un museo dove non c'è assolutamente nulla di clericale, di confessionale, questi sono proprio i Musei Vaticani ed è la ragione del loro fascino, in fondo. L'anno scorso i Musei Vaticani hanno avuto cinque milioni di visitatori, sono tra i musei più visitati del mondo. Quali sono le priorità nella gestione di istituzioni così prestigiose? Cinque milioni e duecentomila circa di visitatori sono i dati del 2011. Io ho un chiodo fisso, un obiettivo, che voglio concludere prima di lasciare questo incarico, cioè mettere in sicurezza la Cappella Sistina che subisce una pressione antropica mostruosa, cinque milioni all'anno di persone, ventimila persone al giorno in periodi come questi di piena stagione turistica. Il mio obiettivo, ci stiamo lavorando da due anni, è quello di metterla in sicurezza per quanto riguarda i fattori d'inquinamento. Quindi si tratta di potenziare gli impianti di rinnovamento d'aria, di refrigerazione, di abbattimento delle polveri e dell'anidride carbonica che possono avere effetti negativi sulle superfici affrescate, una cosa complessa e io sono impegnato in questo obiettivo che è fondamentale. Con quale spirito in passato si entrava in questi templi dell'arte e qual'è oggi la tipologia del visitatore? Come chi ci lavora sa bene, la durata media della visita dei gruppi organizzati, dell'inclusive tour, la gente che viene a Roma con la crociera da Civitavecchia, si fa i Vaticani, il Colosseo, poi dopo in pullman arriva a Firenze e il giorno dopo si farà gli Uffizi e l'Accademia... ecco la durata media di una visita ai Vaticani è di un'ora. Si fondano dentro, percorrono al galoppo le varie gallerie, arrivano alla Cappella Sistina, scendono nella Basilica, avranno ancora tempo nella mattinata per vedere il Colosseo, una sosta in albergo, un po' di shopping e poi vanno via. Quando i visitatori dei musei erano granduchi russi, milord inglesi, il mondo era totalmente diverso. I nonni e i bisnonni di quelli che oggi fanno la fila nei nostri musei se ne stavano a zappare gli ulivi o a sudare nelle filande. Ora non è più così, i loro nipoti e i bisnipoti sono ricchi, questo è il progresso, siamo felici di questo, però da storico dell'arte "reazionario"rimpiango i bei tempi in cui venivano i granduchi russi o i milord inglesi. Posso rimpiangere quei tempi, però non dimentico neppure per un attimo che il Museo è fatto per educare, per "incivilire" le donne e gli uomini di oggi e che dovere primario di un direttore è quello di farlo parlare, di renderlo eloquente e affascinante per tutti. Come si può favorire una maggiore coscienza dell'alto valore culturale che possiedono questi luoghi? Si può educare, è un dovere. A cosa serve il museo? Serve a trasformare la plebe in cittadini, e a dare alla gente l'orgoglio della propria storia, della pro- pria identità. Per questo è importante, il museo. II museo e la scuola sono due istituzioni allo stesso modo importanti. Non si può neanche dire quanto costano o non costano, sono servizi talmente fondanti della perso- na umana che dovrebbero funzionare al meglio anche se non rendessero nulla. Ma com'è lo stato di salute dei musei italiani, sono o no adeguati ai parametri internazionali? I musei stranieri credo di conoscerli, li conosco e non vedo questo gap dal punto di vista degli allestimenti e dei cosiddetti servizi aggiuntivi. Per ragioni di spazio, neanche volendo gli Uffizi potrebbero avere i visitatori del Louvre, ma stanno bene, stanno benissimo, hanno un milione e settecentomila visitatori l'anno, che è già il massimo, più di quello che potrebbero contenere. Ma, come dicevo prima, non ci sono solo gli Uffizi in Italia. Uno vede gli Uffizi poi scende a vedere la Chiesa di Santa Felicita, va a vedere il Museo parrocchiale di San Casciano dove c'è Simone Martini, va in quello di Empoli dove ci sono Botticelli e Rossellino, poi va a Volterra dove c'è Rosso Fiorentino ecc. ecc. Quali insidie si celano dietro parole come "beni culturali" che hanno preso il posto di "opere d'arte"? La parola "beni culturali" ha un imprinting di tipo marxista... come dire, anche una scatola di fiammiferi è un bene culturale perché testimonia un'epoca, è un documento dell'umana civiltà. Invece dire"opera d'arte"è stato inteso in una certa epoca del Novecento, come espressione più elitaria più aristocratica. Ma è vero che è così, deve essere così perché le opere d'arte non sono mica per tutti, nel senso che ci vuole tempo, fatica, pazienza, dedizione per capirle e per goderne. E poi non si può parlare di "fruizione". La fruizione è quando uno si serve del bagno, ma di fronte alla Ronda di notte di Rembrandt c'è il godimento, c'è la partecipazione, c'è il fatto che tu entri in quel quadro e lui entra in te. Un'altra parola sotto accusa è "territorio" che ha sostituito"paesaggio"... II paesaggio è qualcosa di sacro, uno pensa a L'infinito di Leopardi, a paesaggi così come li ha dipinti Cima da Conegliano o Giovani Bellini. Territorio, ho scritto in più occasioni, è una parola che ha impestato il secondo Novecento. L'hanno inventata i geometri, gli assessori, gli urbanisti, gli architetti, perché nella parola territorio c'è il senso proprio della trasformazione, dell'utilizzo di un bene. Il territorio serve per farci le Ipercoop, le villette a schiera, l'edilizia popolare. Il paesaggio invece lo guardi, ci scrivi la poesia "Sempre caro mi fu quest'ermo colle"... e non lo tocchi. Il nostro patrimonio è esposto al rischio dei terremoti, sempre più frequenti. Lei, che è stato anche commissario governativo straordinario per il restauro della Basilica di San Francesco d'Assisi, dopo il sisma del '97, quali suggerimenti può offrire? Come tutti sanno quella parte degli affreschi crollati nella chiesa, sono crollati perché il restauro degli anni Cinquanta fatto dal Genio Civile aveva so- stituito il vecchio tetto con travi di legno con una struttura tredici volte più pesante e non flessibile, per cui quando è arrivata la scossa, è venuto giù. Questo per dire come le responsabilità di tanti danni spesso siano dovute ai sistemi costruttivi, all'insipienza di chi soprattutto negli ultimi decenni è intervenuto. Ma come ricostruire, quale criterio ci deve guidare? È chiaro che se una torre sta in piazza come a Finale Emilia e i bambini fin da piccoli se la ricordano, è qualcosa di identitario, la devi rifare esattamente come era e dove era, non ha senso lasciare il relitto. Così come non aveva senso lasciare i due mozziconi del ponte a Santa Trinita a Firenze dopo che i tedeschi lo avevano fatto saltare. E anche se c'era l'opposizione di Cesare Brandi, in quel caso hanno fatto bene a ricostruire il ponte così come lo aveva concepito l'Ammannati, e come è stato fino all'agosto del '44. Così la Fenice, insomma, i casi sono tanti. Quando la botta è calda e quando il monumento è identitario di una comunità, sia essa Firenze o Finale Emila, bisogna applicare il criterio del come era e dove era. Se passa il tempo non ha più senso, dopo rifare com'era e dov'era diventa un problema di falso. La scuola italiana del restauro è sempre stata un'eccellenza: lo è ancora? Forse è l'unico primato che ci resta nel mondo. È consolante accorgersi che se vai a Xi'an in Cina piuttosto che al Metropolitan di New York vedi spesso restauratori che sono italiani, che hanno fatto l'Istituto centrale per il restauro di Roma o l'Opificio delle pietre dure di Firenze. Ti accorgi che l'italiano è lingua franca nel mondo del restauro, che tutti più o meno si sono formati in Italia o hanno letto testi italiani. Questo ti fa capire quanto siamo bravi in questo settore, purtroppo non ci resta che quello e poco altro, ormai. Cosa ne pensa di opere e architetture contemporanee che si inseriscono nelle nostre città antiche, spesso con risultati molto discussi... È una delle cose più difficili del mondo trovare la giusta modulazione, il giusto equilibrio fra un manufatto contemporaneo e il contesto antico. Ad esempio, Arata Isozaki ha fatto un capolavoro con la pensilina per gli Uffizi, ma hanno ragione anche quelli che si chiedono se Firenze può reggere un'incursione di questa forza, di questa evidenza, di questa discontinuità rispetto al linguaggio del passato. Questa domanda è legittimo porsela. Nel caso specifico io avrei preferito un'altra soluzione che cercava di mimetizzarsi con i colori, con i materiali del centro storico fiorentino. Era il progetto Gregotti per intendersi, però ha vinto a maggioranza Isozaki e in democrazia conta questo. 'Ritto ciò per dire come sia sempre un'operazione borderline delicatissima l'inserimento del moderno nel contesto antico. Non ci sono principi codificati, norme, è questione di gusto, di sensibilità, di intelligenza del committente politico, tante sono le variabili che entrano in gioco. C'è un messaggio che vuole offrire ai giovani appassionati d'arte? Quali competenze servono oggi, quali professionalità sono più richieste? Se guardiamo al nostro governo, direi che non ha nessun interesse perché concorsi non se ne fanno, però le professionalità di cui c'è bisogno sono quelle di bravi storici dell'arte, di bravi archeologi. Gente che si formi in Italia e poi vada all'estero, perché è giustissimo andare all'estero e vedere cosa fanno gli altri. Ma la formazione deve essere italiana perché in Italia si può ancora avere una buona formazione, e poi dopo inserirsi nel settore che io ho frequentato per mezzo secolo. Ci siamo appena lasciati alle spalle i centocinquanta anni dell'unità d'Italia. Che cosa si può fare per accrescere la consapevolezza che il patrimonio artistico, dovunque sia, è un bene comune? Bisognerebbe bloccare per tempo i federalismi, proprio perché l'articolo nove della Costituzione lo dice chiaramente: è la Repubblica che tutela il patrimonio. I boschi dell'Aspromonte o le spiagge della Sicilia non sono importanti per i calabresi o per i siciliani ma per tutti gli italiani, così come i cipressi del Chianti e Simone Martini lo sono per tutti gli italiani, anzi di più, per tutti i cittadini civili del mondo. Ecco, c'è il pericolo che in Italia con il federalismo, con gli individualismi, si crei una visione minimalista e localista del patrimonio. Non dimentichiamo mai che il patrimonio è per tutti, è della nazione, è identitario della lingua che parlo, della storia che abita dentro di me. E ancora una volta, in questo settore, è la scuola che deve giocare la partita decisiva. A