L'archeologo Andrea Carandini ha individuato accanto al tempio di Vesta un "palazzo reale" di 345 metri quadrati Scoperta la reggia dei re di Roma ROMA La casa dei Re era grande 345 metri quadrati, 105 coperti e 240 di cortile, con un grande ingresso monumentale. Era rifinita con arredi e ceramiche di alta qualità. Si trovava accanto al santuario di Vesta, fuori dalle Mura palatine, nel Foro romano. È venuta alla luce durante gli scavi condotti dal professor Andrea Carandini, uno studioso che da vent'anni ricerca le origini dell'antica Roma. «Insieme al palazzo reale - spiega il professore - abbiamo trovato la capanna delle vestali con il focolare dove veniva acceso il sacro fuoco, e un pavimento risalente alla metà dell'VIII secolo a.C. È una prova che ci consente di datare con precisione la fondazione dell'Urbe». Scavi e leggenda convergono. La Storia ritrovata Gli scavi al Foro portano alla luce la casa dei Re della città e la capanna dove ardeva il fuoco sacro delle sacerdotesse. E confermano la nascita della città nel 753 a.C. Roma, è tutto vero di CLAUDIO MARINCOLA GLI scavi all'interno del Foro hanno riportato alla luce uno dei "pezzi" più ricercati: la casa dei Re di Roma. Secondo il professor Andrea Carandini, studioso che da più di vent'anni sta conducendo le ricerche, il palazzo reale si troverebbe proprio accanto al santuario di Vesta. Sul lato opposto, proprio in questi ultimi giorni, un altro prezioso ritrovamento: la Capanna dove ardeva il fuoco sacro delle sacerdotesse. Le due scoperte, avvenute in tempi diversi e non ancora annunciate ufficialmente, consentono di datare la fondazione dell'Urbe con più certezza, oltre le approssimazioni del mito, facendo coincidere ricerche archeologiche e leggenda romulea sulla datazione del 753 a.C. Andrea Carandini, docente della "Sapienza", aveva già dato un contributo sostanziale agli studi sul Foro romano riportando alla luce le Mura romulee che delimitano il Palatino. La "svolta" - perché di svolta vera e propria si tratta - si deve alle indagini stratigrafiche condotte in questi ultimi due anni. «Abbiamo trovato - racconta il professore, docente di archeologia classica - alla quota di 67 metri un ambiente di 345 metri quadrati. Un cortile di 240 mq drenato da una canaletta e 105 coperti. Un locale così grande in quel punto, il santuario di Vesta, sottoposta alla potestà dei re, non può non essere il Palazzo reale». Con questa scoperta - che verrà presentata ufficialmente domenica prossima a Firenze, in un convegno di "Archeologia Viva" al Palacongressi - esce dall'ombra in cui è stata relegata per anni la leggenda dei re di Roma, che ha alimentato una storiografia molto incerta, accompagnata da molti punti interrogativi. Come del resto l'intera Fondazione sottoposta alle forzature della Romanitas in epoca fascista e messa spesso in contraddizione con le tracce di insediamenti preesistenti documentati fino alla media età del bronzo (XII a.C.). Chi viveva in una capanna doveva accontentarsi di uno spazio ampio al massimo 30 metri quadrati. In proporzione la reggia era enorme: aveva al centro un salone per i banchetti al quale si accedeva da un grande ingresso monumentale sostenuto da colonne di legno. Le pareti erano di legno e argilla, i pavimenti in scaglie di tufo pressato, il tetto in tegole e gli arredi finemente decorati con ceramiche di altissima qualità, ai lati due o tre ambienti con i pali a sostenere le falde del tetto. «Questo palazzo è durato - riprende Carandini - almeno fino al 64 d.C, che vuol dire quasi 8 secoli. Dopo i re è divenuto la dimora del Re sacrorum , il capo spirituale, e ha resistito anche in età Repubblicana fino al Primo impero». I re vivevano, dunque, proprio dove ora c'è il tempio di Romulo, lungo la Via Sacra, che un tempo era solo un ruscello e scorreva alle pendici del Palatino, verso la Velia. L'altra scoperta è coerente con la topografia ipotizzata finora ed è venuta alla luce solo qualche giorno fa. «Scavando più ad ovest - rivela sempre Carandini - abbiamo trovato una grande capanna ovale, lunga circa 12 metri, con due focolari agli apici e uno al centro, i piani di cottura e i ripostigli per i cereali. Era la casa delle vestali, le sacerdotesse che, come è noto, dovevano sorvegliare il fuoco e non farlo mai spegnere».E c'è infine un terzo elemento non meno importante per le conclusioni che suggerisce affiorato durante gli scavi: una pavimentazione, a 8 metri sul livello del mare, fatta di ghiaia e ciottoli, anteriore di circa un secolo a quella che finora veniva considerato l'unico pavimento del Foro, risalente al VII secolo a.C. «Ci consente di leggere in chiave unitaria la formazione di Roma - afferma senza ombra di dubbio il professore - Fa convergere quello che fin qui abbiamo raccolto sulle origini e la tradizione sulla stessa data: la metà dell'VIII secolo a.C. E pone sia il Palatino che il Foro, compreso il palazzo del Re, la casa delle vestali, e il santuario di Vesta, che sono coeve, in un unico sistema e in un unico progetto. Ormai questa datazione diventa incontrovertibile». Una tesi e una riconsiderazione della "fondazione romulea", quella di Carandini, che smentirebbe una volta per tutte Mommsen e la storiografia tedesca dell'800, propensa a liquidare come "leggendario" tutto quello che è anteriore al IVV secolo a.C. I romani, a differenza dei greci, avevano pochi miti e anche per questo hanno mitizzato la loro storia. Per il sovrintendente comunale ai Beni culturali, Eugenio La Rocca le ipotesi di Carandini poggiano su basi solide. «Mi sembra che quanto sta emergendo dagli scavi di Carandini, che può ritenersi il massimo esperto in questo campo - commenta il professor La Rocca - sia una lettura archeologica molto coerente. Chi ha predisposto la leggenda lo ha fatto con la consapevolezza che dietro vi era un fondamento storico. Questo non vuol dire che la vicenda di Romolo e Remo sia necessariamente andata così. Ma solo che la memoria così come ci è stata tramandata dalla maggioranza degli scrittori latini è molto più di un'ipotesi». Alla luce delle nuove scoperte si ridimensiona anche il ruolo dei Tarquini? «Questo è difficile dirlo - è la risposta del sovrintendente - ma alcuni punti oscuri vi erano anche prima. La "duplicazione dei re, Tarquino Prisco e Tarquinio il Superbo, ha sempre ingenerato sospetti. Ma in questo campo è sempre così: si citano annali, documenti, si elencano consoli. Poi se i conti non tornano, qualche re lo si fa morire rapidamente». Lunedì 14 Febbraio 2005 Chiudi Gli antichi raccontavano la verità di VALERIO MASSIMO MANFREDI una scoperta importante in una zona critica del mondo antico non si rivolga al mito e alla tradizione letteraria per cercare un riscontro. Andrea Carandini, uno dei massimi archeologi viventi, ha fatto una scoperta straordinaria che ci riconnette in modo diretto e immediato con una delle nostre più antiche tradizioni: quella della fondazione di Roma. Gli antichi ci hanno trasmesso un data talmente precisa da apparire sospetta, data che corrisponde al nostro 21 aprile del 753 a.C. Quello è il dies natalis , la data di nascita di Roma, e da quella data gli antichi contarono gli anni: ab Urbe condita , "dalla fondazione di Roma". La fondazione in un primo momento venne attribuita ad Enea, ma quando ci si accorse che dalla guerra di Troia alla data tradizionale della fondazione di Roma passavano quasi cinque secoli, ci si inventò una dinastia di re Albani iniziata da Iulo figlio di Enea che sarebbe terminata con il re Numitore, padre di Rea Silvia, madre di Romolo e Remo. I testi moderni comunque tendevano a dare credito alla data del 753 a.C. sulla base della presenza di fondi di capanne sul Palatino risalenti all'VIII secolo. In realtà, la presenza di un insediamento non significa affatto la fondazione di una città. Questo evento veniva infatti attribuito fino ad ora dagli storici agli ultimi anni del VI secolo a.C., all'epoca cioè dei re etruschi di Roma: i Tarquini. Erano stati loro a drenare le acque dalla valle del foro verso il Tevere con la Cloaca Maxima, bonificando la valle che era stata trasformata in una piazza destinata alle funzioni della vita pubblica. Questo significava per tutti la nascita vera e propria della città. La fondazione mitica restava ancorata a quei due o tre fondi di capanna sul lato nord ovest del Palatino. Là si diceva sorgesse il tugurium Romuli , la capanna di Romolo, una reliquia quasi certamente falsa che veniva periodicamente restaurata. Ora invece Carandini ha fatto una scoperta in grado di rivoluzionare questi elementi cronologici dati ormai per acquisiti. Nella zona del tempio di Vesta ha scoperto un edificio con una pianta di ben 345 metri quadri di cui 105 coperti e 240 di area cortiliva interna scoperta. Questo imponente edificio aveva pareti fatte di pali di legno intonacati in argilla e pavimenti coperti da scaglie di tufo. E' stata rilevata inoltre una vasta sala ovale lunga circa dodici metri con focolari e ripostigli per derrate alimentari. Difficile non pensare ad un palazzo reale. Oltre a ciò Carandini ha scoperto una pavimentazione del foro di gran lunga antecedente a quella che conosciamo e risalente all'VIII secolo a.C. Da questo dovremmo dedurre che verso la metà dell'ottavo secolo a.C. esisteva nel sito dell'attuale foro romano un palazzo reale ed una piazza pavimentata forse destinata alle riunioni del popolo. In altri termini esistevano edifici e luoghi pubblici e questo basta per pensare che esistesse una città. Il dato della tradizione e in fondo anche del mito coincide in modo piuttosto significativo con quello archeologico. Ciò non significa ovviamente che dobbiamo accettare per vere tutte le altre tradizioni pervenute, ma certo il rito del solco quadrato e forse anche il sacrificio umano adombrato dietro la storia dell'uccisione di Remo potrebbero avere un senso alla luce di queste eccezionali scoperte.
Il Messaggero
14 Febbraio 2005
✓ Entità verificate
Gli scavi nel Foro confermano la leggenda: la città eterna è stata fondata nel 753 a.C.
CL
Claudio Marincola
Il Messaggero
Artista / Persona
Bene culturale
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