Il patrimonio dei beni culturali della Sardegna è costituito come ricordato più volte nella prima puntata dell'inchiesta da una somma non lontana dalle ventimila unità monumentali. Ma non solo. Un'osservazione ravvicinata ci sarà utile per capire di cosa disponiamo e quali siano gli strumenti professionali necessari a comprenderlo. Proviamo a scomporre con qualche indicazione puntuale classi, quantità e insiemi monumentali. Se si contano circa ottomila nuraghi, almeno 2500 sono le domus de janas. Con due classi monumentali (per quanto le più diffuse di preistoria e protostoria) abbiamo raggiunto quota diecimilacinquecento. Molte centinaia sono le capanne prenuragiche e soprattutto quelle nuragiche. Elenco più o meno sistematicamente altre classi e tipologie: dolmen, allées couyertes, tombe di giganti, insediamenti megalitici fortificati, templi a pozzo, fonti sacre, mégara. E ancora: tombe a pozzetto, strutture edilizie diverse come recinti sacri, festivi, commerciali, assemblear! Pensate alle città fenicie, puniche, romane: le case, gli edifici commerciali, santuariali, produttivi. Le torri e i tratti murari fortificati. I tratti stradali principali e secondari, i ponti, gli acquedotti. Le tombe a camera, a fossa, in anfora. Teatri, anfiteatri, strade, piazze, fontane, edifici idraulici, terme...e poi, attraverso i primi secoli del cristianesimo, le chiese rupestri e costruite, i castra, le forme abitate dei villaggi, dei castelli e delle città Oltre 8000 nuraghi e 2500 domus de janas. Un patrimonio immenso che attende di essere valorizzato fra alto e basso medioevo. A centinaia anche le torri aragonesi e spagnole. Sino all'Ottocento, (e, tra non molto, il primo Novecento), con altri manufatti e i centri dell'archeologia della produzione (da quelli minerari ai mulini ad acqua, alle neyiere, alle gualchiere e ai forni per la calce). Le pinnettas di variabile tipologia. Caratteristiche primarie di tale documentazione sono la densità territoriale e la predominante collocazione extraurbana: si confronti la cifra media prima fornita con i 24 mila chilometri quadri dell'isola e il risultato apparirà impressionante. La conseguenza ambientale è di tutto interesse: il paesaggio sardo non è ogni tanto, o raramente, ma spesso caratterizzato da segni monumentali, in misura tale da determinarne i profili. Ciò fu colto da viaggiatori, pittori e incisori dell'Ottocento, ed appare in una pregnanza forse ignota a quel legislatore illuminato (Galasso) che istituì con la legge 431 del 1985 (della quale ancora in qualche modo resistono, attraversati da forti tensioni antitutela, gli enunciati: si veda a questo proposito l'art. 142 del nuovo Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio) il legame fra area archeologica e tutela ambientale. Questo paesaggio (sequenze di aree di eccezionale valore ambientale combinate con reti di monumenti), merita un attenzione non minore di quello costiero, e forse maggiore. Eppure non ha, né potrebbe, uno strumento in qualche modo così lineare ed univoco come i trecento o i duemila metri dalla linea di costa: ma bisognerebbe fare di più. Un altro fattore è dato dalla eccezionaiità dei monumenti (spesso assenti in altre parti del mondo, come il nuraghe, o non presenti altrove nel loro 'stare assieme' per tipologie ed epoche), dalle articolazioni e dalle compresenze, con significative e variabili associazioni orizzontali e verticali, puntuali e prospettiche: nuraghi e chiese costruite (affiancati: S. Sabina di Silanus; sovrapposti: S. Lo di Bosa); chiese rupestri entro domus de janas (Su Crastu de S. Liseu a Mores), castra altomedievali su città romane sovrapposte a centri fenici localizzati fra rovine nuragiche (Tharros), castelli su colline coniche come fondali di insediamenti nuragici (Las Plassas e Barumini), strade carraie romane sopra necropoli ipogeiche (Su Crucifissu Mannu di Porto Torres). La risorsa complessiva dei beni culturali del nostro territorio sarebbe letta in maniera davvero monca senza le testimonianze legate alle tradizioni popolari. Campo materiale e immateriale di straordinaria vastità, fondamento centrale dell'identità, fonte di memoria e di ricerca che pone difficili compiti di tutela e valorizzazione. E' soprattutto nei centri storici (intendo per essi quelli abitati) che tali tradizioni si formalizzano più visibilmente: dove cioè abbiamo la presenza della gente, con le tradizioni che attraversano gli scenari del quotidiano e della festa. Restano tracce ampiamente visibili anche nel territorio extraurbano con le architetture rurali e la permanenza di modi di produzione 'arcaici'. E la lingua, specchio di rappresentazione del mondo con i suoi depositi, i modi di dire, la toponomastica urbana ed extraurbana. Ma non dimentichiamo che nei centri storici vi sono forme architettoniche, artistiche ed urbanistiche meritevoli di nota, tutela e di visita. E' usuale dire qualcuno lo fa con ispirata sofferenza e altrettanto ispirata attenzione a nuove possibili demolizioni e successive cubature che in Sardegna non abbiamo le città d'arte di eccellenza (Venezia, Firenze, Ferrara, Perugia, Gubbio etc): come che non esistano fatti, cose, contesti che meritino di essere tutelati senza appartenere alle vette della manualistica di storia dell'arte e architettura. Si tratta di un racconto diverso da quello basato sul concetto "di rarità e pregio" formalizzato dalla vecchia legge 1089 del 1939, cercando anche altrove la "testimonianza avente valore di civiltà", magari nella sequenza e poi nella sintassi di modeste soglie, di porte in legno, di anelli per l'asino o il mulo, di architravi litiche e lunette radiali in ferro battuto a sovrastare gli ingressi. Nella stessa storia raccontata da soglia a soglia, con piccole sedie, nei lavatoi pubblici, negli zilleri e butteghinos, ateliers formativi del bel canto a chitarra. Come separare, qua, i centri storici dalle tradizioni popolari e dai sistemi antropologici? Abbiamo quindi un patrimonio diffuso e reticolare predisposto ad inserirsi in quel modello avanzato e di estremo interesse dei 'distretti culturali'; patrimonio che non può essere tutelato e vissuto separando le cose, ma vedendole assieme e ricostruendone, quando (e spesso lo è) necessario i nessi; tisicamente molto tangibile, che non potrà mai essere sostituito, nel godimento, ma solo aiutato nella sua comprensione da sistemi virtuali recentemente enfatizzati da ministri virtualmente competenti di beni culturali e ambientali. Dei rischi e delle pressioni esistenti su tale patrimonio avremo modo di parlare diffusamente nel corso dell'inchiesta, ma possiamo dire in linea generale che i più importanti sono quelli del degrado, del carico antropico e, superati i problemi dello stato di conservazione, della disponibilità delle aree. La complessità di numero, qualità e radicamento pone problemi di governo che non possono essere più delegati comunque, non ce la fanno alle Soprintendenze. Non sembrano peraltro superati (tuttaltro) i rischi del 'silenzio-assenso', complemento di base del più alto livello perseguito dalle cartolarizzazioni che prelude ad un attacco mortale alla natura, come abbiamo visto reticolare, dei nostri beni culturali. Le figure lavorative necessarie alla complessa costruzione del mantenimento della risorsa, della sua collocazione nello spazio dell'identità e in quello della fruizione, sono molte, prodotte dalla natura di un bene culturale e dalle operazioni necessarie per renderlo (e considerarlo) tale: la conoscenza, lo studio, la conservazione e la tutela, la valorizzazione. Il passaggio da un sistema prevalentemente vincolistico a uno basato sulla generalizzazione del consumo di cultura ha creato nuove professioni e rideterminato quelle tradizionali: ma queste (archeologo, restauratore, bibliotecario, archivista, architetto, storico dell'arte, demoetnoantropologo) hanno nuovi compiti e nuove responsabilità: i processi si sono fatti più complessi e con la valorizzazione, se correttamente intesa, si può compiutamente realizzare la natura pubblica del bene culturale. Il vincolo, e la conseguente tutela, è a questo proposito solo la premessa talora indispensabile ma evidentemente non sufficiente se quel bene culturale non è reso disponibile e comprensibile. Proprio all'interno del for-tissimo sviluppo del brainpower (poterecapitale intellettuale), acquistano una nuova centralità le figure legate allo studio e alla conservazione: se infatti la comunicazione del sapere si connota in autonomia, con figure professionali che impiegano tecniche e linguaggi specifici ad esempio, gli web designers, i database managers, il pubblicitario, il copy etc. , per la regola aurea che la buona comunicazione (divulgazione) segue e non precede il sapere scientifico, le figure professionali prima indicate come 'tradizionali' o classiche non possono che mantenere un ruolo direzionale nella produzione stessa dei messaggi comunicativi. Ma devono capire, all'interno del più generale ciclo produttivo del bene culturale di qualità, l'esistenza e la "ratio" delle nuove figure consegnando dove serve il testimone ai professionisti della comunicazione: esigenza sinceramente non più dilazionabile in molte aree monumentali ed esposizioni museali. Queste considerazioni non possono che essere viste entro la necessità di uno sviluppo qualitativo attraverso la risorsa cultura. Diventa perciò ancora più prezioso e delicato il ruolo dell'alta formazione universitaria e accademica.