Il Barocco è tornato. Quanto meno nel lessico: per etichettare la letteratura non minimalista, molta architettura eccentrica di oggi e un' estetica dell' eccesso e della "meraviglia" che culmina nei colpi di testa di Damien Hirst. Ma cos' è stato davvero il Barocco? Lo spiega il nuovo saggio di Tomaso Montanari, Il Barocco (Einaudi, pagg. 240, euro 28). Che è un sintetico e accurato viaggio nello stile sviluppato a partire dalla Roma dei Carracci e di Caravaggio, per culminare nei cicli di Pietro da Cortona e nelle invenzioni di Gian Lorenzo Bernini,a Seicento ormai avanzato. Montanari, professore di storia dell' arte moderna a Napoli, attivo nella difesa del patrimonio culturale e nella denuncia - dal crocifisso dello pseudo-Michelangelo acquistato dallo Stato ai volumi trafugati dai Girolamini di Napoli- dedica il libro ai suoi studenti.E trova una formula nuova di "racconto" della storia dell' arte, ponendosi a distanza dall' accademia e dalla semplice divulgazione. L' ultima parte è composta da 53 brevi schede delle maggiori opere barocche. È giusto parlare di Neobarocco? Che nessi ci sono tra quel movimento e la contemporaneità? «Per analogia se ne può parlare. Una vaga concezione della teatralità e un certo iperdecorativismo avvicinano il gusto barocco a quello di oggi. Il ' 600, poi, è il primo secolo in cui il pubblico, nella scena dell' arte, assume un' importanza pari a quella dell' artista. Il mercato e il collezionismo svolgono un ruolo centrale nell' arte barocca e questo è alle origini di quello che viviamo oggi». Ma perché oggi l' arte del ' 600, da Caravaggio in poi, piace di più? «Perché il ' 600 restituisce molta importanza agli individui. Il ritratto, che nel Rinascimento è considerato un genere minore, qui diventa quello chiave. In un' epoca di caduta delle grandi ideologie, parla di più al singolo individuo l' arte di Caravaggioe Bernini, la carnee il sangue, che la perfezione trascendente di Raffaello». La storia dell' arte non gode di grande favore. Nelle scuole viene tagliata periodicamente. Come si cerca di avvicinare un pubblico più ampio? «Scrivere un libro di storia dell' arte destinato a un pubblico ampio è un atto altrettanto importante per la tutela del patrimonio che trovare una legge o dei fondi. Significa consegnare delle ragioni di senso ai cittadini per difendere i beni culturali. A differenza della filosofia, la storia dell' arte è un organo costituzionale. Senza la storia dell' arte, l' articolo 9 della Costituzione non si applica.È per questo che chi fa ricerca dovrebbe utilizzare parte del suo tempo per restituire un po' dei suoi studi a tutti i cittadini. Caravaggio e Bernini sono "nostri". Ognuno di noi deve sapere perché. Gli storici dell' arte sono chiamati a spiegarlo, non i divulgatori di professione con contenuti riassuntivi. Io posso farlo per il Barocco perché studio questo. Non potrei pubblicare un saggio sul Medioevo». Mancano opere serie di divulgazione scientifica dell' arte. «Tra gli anni ' 60 e ' 70 ci furono le collane dei Maestri del colore e dei classici dell' arte Rizzoli: contribuirono a un' opera di alfabetizzazione ed erano curate da grandi studiosi. La qualità era ben diversa dai gadget di adesso». Ci sono dei modelli di riferimento per raccontare la storia dell' arte oggi? «Nel ' 900 con l' avvento della storia dell' arte accademica, hanno vinto l' autoreferenzialità e la chiusura nel mondo universitario. C' è stato però un grande momento con Roberto Longhi e Giovanni Previtali, anche se in loro l' aspetto ideologico del comunismo era molto forte. Se penso a un modello italiano, mi viene in mente Giuliano Briganti, che scriveva anche per la stampa: i suoi saggi possono essere letti da un ingegnere come da un medico a digiuno di storia dell' arte. I riferimenti a cui guardo sono anche figure come Francis Haskell, John Shearman e Ernst Gombrich. Per loro le conferenze erano momenti di esposizione pubblica dei risultati di una ricerca. C' era un' idea viva della cultura storico-artistica. Parafrasando Che Guevara, Gombrich diceva: "Le materie umanistiche sono come le biciclette: o corrono o cadono. Non possono stare ferme"».