L'allarme di Federculture: con la spending review a rischio tutto il sistema La cultura italiana è in coma e il colpo di grazia potrebbe arrivare dai tagli previsti dalla spending review. L'ennesima denuncia sullo stato del sistema culturale del nostro paese è arrivato ieri da Federculture che ha annunciato il prossimo cataclisma: rischia di saltare tutto il sistema culturale non statale mettendo a repentaglio tutte le aziende che lavorano nel settore. La Federazione ha da subito attivato un tavolo tecnico che ha elaborato una serie di emendamenti presentati al senato. «Le forze politiche di tutti gli schieramenti spiega il presidente di Federculture, Roberto Grossi hanno recepito le nostre proposte, elaborate insieme con l'Anci, contenute in questi emendamenti. Ma è una lotta contro il tempo». I tagli riporterebbero, spiega Grossi, la gestione della cultura indietro di almeno vent'anni. «Buone amministrazioni», che hanno portato allo sviluppo di molte città con il miglioramento dell'offerta di musei, teatri, biblioteche, aree archeologiche e attività di spettacolo, creando una moderna rete di servizi al cittadino, e «incoraggiato gli investimenti dei privati e contribuito ad avvicinare sempre maggiori fasce di pubblico», vedrebbero tutto questo loro impegno vanificato. E a dimostrare questa tesi ci sono i numeri: negli ultimi venti anni da quando sono state avviate le esternalizzazioni nella cultura, sottolinea Federculture la domanda e la spesa culturale sono state in costante crescita. In particolare la spesa per "servizi culturali e ricreativi" delle famiglie italiane è passata da un valore pari a 10 miliardi di euro nel 1992 agli oltre 30 miliardi di oggi con un incremento del 194 per cento. E tra il il 1993 e oggi gli italiani che vanno a teatro sono aumentati del 51 per cento, quelli che frequentano i musei e le mostre del 31 per cento e coloro che vanno ai concerti classici del 38 per cento. E i dati del periodo 20082011 evidenziano, tra l'altro, una crescente capacità di generare entrate proprie e un incremento della quota di autofinanziamento che è passata da un'incidenza media, peraltro già alta, del 47,8 per cento del 2008 al 64,7 per cento del 2011. Negli stessi anni, quelli in cui è iniziata la gravissima crisi economica che stiamo ancora attraversando, nelle aziende culturali si osserva come il personale dipendente abbia registrato un incremento del 9,5 per cento, mentre i collaboratori siano aumentati del 14,2 per cento. Tutto questo ora viene messo in discussione dal decreto sulla spending review. Il provvedimento, infatti, prevede lo scioglimento o l'alienazione di tutte le società strumentali partecipate da pubbliche amministrazioni e, nello stesso tempo, vieta ad associazioni e fondazioni che prestano servizi alla pubblica amministrazione di ricevere contributi che siano a carico delle finanze pubbliche (articolo 4). Divieti e prescrizioni, sottolinea Federculture, che vanno a colpire «indiscriminatamente» tutte le aziende e associate che, oltre ad aver ampliato la fruizione e l'accesso alla cultura, «hanno assicurato migliori livelli di efficienza e di efficacia nella gestione dei servizi culturali e hanno garantito occupazione qualificata». Ma non solo. L'articolo 9 della spending review prevede che le amministrazioni locali (comuni, province e regioni), non solo sopprimano o accorpino, ma anche che vietino l'istituzione di enti di qualsiasi natura giuridica che svolgano funzioni fondamentali o amministrative previste dagli articoli 117 e118 della Costituzione. Due le strade che si potrebbero aprire, secondo Federculture: da un lato il rientro nell'alveo della pubblica amministrazione di tutti i servizi svolti dagli enti che il decreto cancellerebbe; dall'altro il ricorso a procedure di gara, consegnando l'intero settore nelle mani dei privati. Uno scenario «impensabile» per l'associazione che, pur nella consapevolezza della «necessità del rigore e del miglioramento di sprechi e inefficienze », continua a sostenere la validità delle gestioni autonome che sono state in grado di far convivere pubblico e privato, integrando compiti, strumenti e risorse. «Se passa questa legge afferma Grossi consegneremo ai cittadini un deserto. Potrebbero saltare realtà "virtuose" come Zetema Progetto Cultura, Lazio Service, la Fondazione Musica per Roma, i Musei Civici di Venezia ma anche tutto il sistema delle aziende culturali che operano per conto della pubblica amministrazione. Grazie a queste realtà, l'industria culturale italiana aggiunge è cresciuta negli ultimi due decenni in qualità dell'offerta e consumi, e vale il 5,4 per cento della ricchezza del paese, con ulteriori margini di incremento. Questa norma cancellerebbe tutto. Non si possono operare tagli lineari come questo. Siamo consapevoli prosegue che ci sono margini di miglioramento nel settore culturale riguardo a sprechi e inefficienze, ma il governo dovrebbe avere il coraggio di fare delle scelte». Un dossier è stato consegnato ai ministri Passera e Ornaghi, ma, fa notare Grossi, «non siamo mai stati convocati attorno a un tavolo». Paola Fabi