Le gestioni autonome, ovvero i soggetti giuridici gestori di beni e attività culturali autonomi dalla gestione diretta degli enti locali, negli ultimi venti anni sono state l'ossatura del sistema integrato dell'offerta culturale e turistica del nostro Paese. La positività dell'esperienza emerge dall'indagine condotta da Federculture su alcune delle realtà più significative e rappresentative del panorama delle aziende culturali italiane, tra cui la Fondazione Torino Musei, la Fondazione Barumini Sistema Cultura, l'Azienda Speciale Palaexpo, la Fondazione MAXXI, la Fondazione Cinema per Roma, la Triennale di Milano, la Fondazione Musei Civici di Venezia Nascono nei primi anni '90 quando, a seguito dell'introduzione di una serie di norme innovative, gli enti locali avviarono un processo di esternalizzazione della gestione dei beni e servizi legati al settore culturale, turistico e ambientale dando vita a vere e proprie «aziende di servizio pubblico» (fondazioni, associazioni, aziende speciali, istituzioni, consorzi, società). Ma non si è trattato unicamente di sperimentare modelli giuridici quanto, piuttosto, di mettere in campo un'idea di sviluppo profilato sulle esigenze di una domanda sempre più sofisticata che ha richiesto la riorganizzazione dei servizi d'offerta sotto forma di vere e proprie "aziende culturali" e che ha reso possibile l'ingresso nel settore di competenze professionali sempre più qualificate. Tale processo fu avviato quando nell'ambito del management culturale, insieme all'esigenza di conciliare tutela e valorizzazione del patrimonio, si è manifestata quella di integrare i compiti tradizionalmente svolti dal settore pubblico con strumenti e risorse provenienti dal quello privato. In questa direzione si sono mossi tutti quei soggetti giuridici destinati alla gestione di beni e attività culturali (musei, teatri, parchi, biblioteche), creati su impulso degli enti pubblici proprietari dei beni e che si sono sviluppati con untrend di crescita continua che, partendo dalle prime 5 esperienze attivate nel 1990, è arrivato alle circa 400 realtà di oggi. Grazie alla compresenza all'interno della compagine sociale di soggetti, anche privati, diversi dall'ente pubblico proprietario, le scelte effettuate in questa direzione sono state contraddistinte innanzitutto da una maggiore sostenibilità finanziaria, che ha alleviato le difficoltà gestionali di un settore duramente colpito da sempre più stringenti vincoli di bilancio pubblico. Pur all'interno di un'ampia eterogeneità di esperienze, gli elementi caratterizzanti di tali modelli gestionali possono essere ricondotti a: acquisizione di una sostanziale autonomia gestionale e finanziaria rispetto alle istituzioni pubbliche di riferimento; utilizzo di criteri di gestione manageriale tesi a incrementare le performance delle istituzioni coinvolte; ricorso a nuove professionalità e competenze, soprattutto nei settori più vicini alle attività di valorizzazione (servizi commerciali, comunicazione, promozione, organizzazione di eventi, accoglienza, didattica, ecc.). Le «Gestioni autonome» della cultura sono state, e lo sono tuttora, tra gli attori principali del cambiamento registrato nei consumi culturali, hanno assicurato migliori livelli di efficienza e di efficacia nella gestione di servizi e attività legate alla cultura e hanno garantito occupazione qualificata. In sintesi, il sistema delle imprese pubbliche ha contribuito in modo determinante alla riqualificazione dell'offerta culturale con conseguente crescita della domanda. In molti casi queste esperienze sono diventate il «fiore all'occhiello» dell'attrazione di molte città anche a livello internazionale e gli strumenti delle istituzioni locali per realizzare progetti pluriennali di rilancio dell'economia, dell'immagine e dell'innovazione delle città. Da una recente ricerca condotta dall'ANCI sulle imprese dei Comuni al 31122010 risultano 3.662 imprese attive (Società per Azioni, Consorzi, S.r.l., Fondazioni, Aziende Speciali, ecc.) , partecipate da almeno un Comune. Di queste, 283 imprese - in base alla classificazione ATECO - sono attive nel settore della cultura, del turismo e del tempo libero, l'8 del totale. Le aziende di questo settore hanno un valore della produzione complessivo di oltre 650 milioni di euro e un patrimonio netto complessivo di circa 820 milioni di euro. Federculture stima che queste aziende abbiano creato in dieci anni circa 30.000 nuovi posti di lavoro diretti e stabili e che nell'indotto culturale e turistico abbiano generato un effetto occupazionale cinque volte maggiore. Nel 2012 Federculture ha condotto un'indagine campionaria su alcune delle realtà più significative e rappresentative del panorama delle aziende culturali italiane, tra cui la Fondazione Torino Musei, la Fondazione Barumini Sistema Cultura, l'Azienda Speciale Palaexpo, la Fondazione MAXXI, la Fondazione Cinema per Roma, la Triennale di Milano, la Fondazione Musei Civici di Venezia. Da questa analisi emerge chiaramente come le aziende culturali siano state protagoniste di un forte cambiamento nella gestione della cultura, pure in un contesto di grandi difficoltà sia finanziarie che normative, come quello che ha caratterizzato gli anni recenti. La ricerca, che analizza gli andamenti degli ultimi 4 anni (20082011), ha evidenziato come ad esempio sul fronte delle entrate, ci sia stata una significativa riduzione delle entrate delle aziende culturali, in particolare, derivanti da contributi pubblici, passati da una media di 6,3 milioni del 2008 a una media di 4,9 del 2011, - 43. Nella stessa misura, sono diminuiti di circa il 40 i contributi provenienti da privatisponsorizzazioni, passati da una media di 2,9 milioni del 2008 a una media di 1,7 del 2011. Tale flessione ha profondamente modificato, quindi, il peso percentuale di questi due aggregati, passati rispettivamente, tra il 2008 e il 2011, dal 52 al 35 nel primo caso, e dal 23,9 al 16,8 nel secondo. A fronte di queste riduzioni, le aziende hanno dovuto e sono riuscite ad incrementare le entrate autogenerate (biglietteria, affitti, servizi aggiuntivi, etc.) il cui valore medio è, infatti, aumentato da 2,9 milioni di euro a 4,9, con un incremento, quindi, di quasi il 70. Tale andamento ha avuto una chiara ripercussione sulla quota di autofinanziamento che è passata da un'incidenza media, peraltro già alta, del 47,8 del 2008 al 64,7 del 2011. Facendo leva sulla produttività, le aziende culturali hanno, dunque, aumentato in misura significativa le entrate autogenerate, senza peraltro utilizzare in maniera eccessiva la leva del prezzo del biglietto, che è aumentato tra il 3 (prezzi minimi) e il 9 (prezzi massimi). Tutto ciò non sembra aver avuto un impatto negativo sulla dimensione quantitativa della domanda delle aziende culturali indagate: il numero delle presenze è aumentato mediamente dal 2008 del 16, nonostante una lieve flessione tra 2010 e 2011. Un dato importantissimo, specialmente in un periodo di grave crisi economica come quello relativo agli anni analizzati nella ricerca, è quello sull'occupazione. Nelle aziende culturali si osserva come il personale dipendente abbia registrato un incremento del 9,5, mentre i collaboratori siano aumentati del 14,2. Altro dato interessante dato riguarda l'età media del personale che è sostanzialmente giovane, non superando i 40 anni, a fronte di un'età media dei dipendenti del Ministero per i beni e le attività culturali pari a 53 anni. In generale si può dunque affermare che, nonostante le enormi difficoltà del settore cultura nel corso degli anni considerati questo settore rimane più che mai vivo e vivace, attirando una domanda sempre crescente. Al calo dei contributi pubblici, cui si è associato, in maniera per certi versi inattesa, anche quello dei contributi privati, si è fatto fronte senza gravare in maniera eccessiva sugli utenti e non ricorrendo ad aumenti significativi dei prezzi dei biglietti. Le scelte di autonomia aziendale sembrano aver avuto, dunque, ottimi risultati, se si considerano le performance realizzate, pur in presenza di una situazione tanto complessa come quella degli ultimi anni. Alcuni casi di eccellenza La Fondazione Barumini Sistema Cultura. Il piccolo Comune di Barumini di 1.339 abitanti dell'entroterra sardo, ospita nel proprio territorio il monumento simbolo della architettura e della civiltà della Sardegna preistorica, «Su Nuraxi di Barumini», inserito nel 1997 dall'Unesco nella Lista del Patrimonio dell'Umanità. Sino ad un recente passato l'amministrazione comunale si era limitata ad un'attività di conservazione e tutela del bene che, se da un lato rispondeva all'esigenza di preservarlo, dall'altro non ne rendeva possibile la valorizzazione economica a vantaggio del territorio. Dal 2007, invece, con la creazione della Fondazione, nuovo soggetto giuridico interamente partecipato dal Comune, si sono poste le basi per una completa rivisitazione dell'impianto gestionale dello straordinario sito nuragico, affermando un più esplicito orientamento alla fruizione e favorendo una nuova qualità della crescita economica del territorio centrata sulla valorizzazione in chiave turistica del patrimonio culturale. Oggi, grazie al nuovo impulso impresso dalla Fondazione Barumini, il sito Unesco viene visitato ogni anno da circa 100mila persone mentre il sito, con l'apertura della Scuola di Scavo e Restauro Archeologico, è divenuto anche un polo di ricerca e studio specialistico aperto agli studenti e laureati europei e del bacino del Mediterraneo. In una regione economicamente depressa, la Fondazione Barumini Sistema Cultura oggi rappresenta la più importante azienda sarda nel settore dei beni culturali garantendo l'occupazione a 66 dipendenti e si è rivelata uno strumento capace di rispondere alla crescente domanda culturale e di dare impulso ad un progressivo sviluppo economico e sociale di tutto il territorio.
Il Giornale dell'Arte
30 Luglio 2012
L'esperienza positiva delle Gestioni autonome della cultura per lo sviluppo delle città
Artista / Persona
Bene culturale
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