Il terremoto dell'Emilia non ha danneggiato nulla, ma ha fatto chiudere la Biblioteca Universitaria (a tempo indeterminato) La Biblioteca Universitaria di Pisa ha una sfortuna: il suo nome. È infatti facilmente confusa con una delle tante piccole biblioteche universitarie di facoltà, mentre è Universitaria di nome ma non di fatto, visto che è una gloriosissima biblioteca statale, aperta al pubblico fin dal 1742, con una consistenza libraria imponente: più di 600.000 volumi, 1389 manoscritti, 161 incunaboli, 7022 cinquecentine, 4357 periodici di cui 1030 correnti. Si aggiunga ancora il fondo di circa 20.000 tesi dal 1868 fino alla prima metà del Novecento, fra cui quelle di Carlo Azeglio Ciampi, Giovanni Gentile, Carlo Rubbia, Enrico Fermi. La chiusura improvvisa a tempo indeterminato della Biblioteca Universitaria, scambiata per una biblioteca di facoltà, non ha suscitato il clamore di cui sarebbe stata degna, in una città che si può dire vive della sua Università, delle sue tante facoltà e dove hanno sede la Scuola Normale Superiore e la Scuola Superiore di Sant'Anna. Ho trascorso alla Biblioteca Universitaria quasi vent'anni come bibliotecaria. Già ai miei tempi, parlo degli anni Sessanta del secolo scorso, era in atto una sorda lotta con Giurisprudenza per questione di spazi. La Biblioteca ha sede infatti dal 1823 nel palazzo quattrocentesco della Sapienza, ma ne occupa solo le ali poste a nord-ovest del piano nobile, destinate al pubblico e agli uffici, e le ali a sud-ovest del secondo piano, dove si trovano i magazzini librari. Il resto è occupato da due Aule Magne e dalla Facoltà di Giurisprudenza con aule e relativa biblioteca. È bastata una più che modesta scossetta di risulta del terremoto che ha devastato l'Emilia-Romagna nessun danno, nessun calcinaccio nell'edificio della Sapienza né in città perché fosse da un giorno all'altro decretata l'inagibilità a tempo indeterminato dell'intero palazzo. Chi stava terminando la propria tesi, chi stava lavorando su uno dei bellissimi fondi storici della Biblioteca, chi stava studiando un manoscritto, ha visto da un giorno all'altro la porta sbarrata. Un atto che già di per sé ci dice l'adeguamento del comune sentire al modello berlusconiano dove anche la cultura è pensata in termini di costi e benefici aziendali e i viaggiatori dei treni sono definiti clienti. Tuttavia anche se imprenditori e commercianti non hanno interessi diretti nella Biblioteca, un non previsto riflesso affiora nell'allarme di tutti i negozi e bar che gravitano intorno al palazzo della Sapienza, per il drammatico calo degli avventori. Vediamo le soluzioni di lungo periodo prospettate. Le autorità comunali dicono che in tutta Pisa non c'è alcun edificio già pronto che potrebbe ospitare il contenuto della Biblioteca. Presto andranno all'asta molti edifici ed è bene non turbare gli assetti stabiliti. Alcuni palazzi in realtà ci sarebbero, ma avrebbero bisogno di molti lavori, lavori di anni. Chi, in questo clima elettorale di incertezza, elezioni a livello nazionale, elezioni a livello locale, prende un impegno tanto gravoso e duraturo? Non il ministero dei Beni culturali (Pisa sarebbe oltremodo lieta se i soldi giungessero da Roma, ma questa manna è già caduta una volta e il miracolo non si è più ripetuto), non le autorità comunali locali, che nella situazione attuale arrancano come nell'arido deserto biblico. Dunque? Dunque si pensa di inscatolare i seicentomila volumi, più manoscritti, cinquecentine e incunaboli. Si ha idea di quanto verrà a costare una simile operazione? Un'operazione dispendiosa e delicata, visto il valore di quanto verrà inscatolato. L'attuale direttrice sta per andare in pensione: chi stilerà un piano di evacuazione e lo sorveglierà? Quando tutta la Biblioteca Universitaria sarà scomparsa dentro i cartoni, con un costo a perdere, le scatole verranno divise in lotti. Nessuno potrà più fruire del contenuto delle scatole. Lo smembramento provvisorio, che durerà invece anni, prelude a uno smembramento reale, perché una biblioteca divisa è preda libera e facile e già si sono svegliati appetiti da parte di varie biblioteche universitarie di facoltà. In tutto questo parlare manca, a tutt'oggi fatto gravissimo una seria e approfondita perizia dei reali problemi di sovraccarico dei magazzini librai del palazzo della Sapienza. Perché non è stata fino ad ora approntata, affidandola agli ottimi esperti della Facoltà di Ingegneria? Concludiamo con un suggerimento. Nessuno ha pensato di evacuare la Biblioteca Vaticana che necessitava di profondi lavori di messa in sicurezza delle sue strutture. Stilato un piano preciso, sono stati eseguiti a blocchi, spostando di volta in volta i volumi dai locali interessati. La Facoltà di Giurisprudenza sarebbe disposta a ospitare in via transitoria i volumi nei locali di pianterreno del palazzo della Sapienza. Perché dunque non seguire il modello vaticano che ha avuto un risultato rapido e felice? Si risparmierebbero i pericoli dell'inscatolamento con relativo e significativo risparmio di denaro perché i volumi da spostare sarebbero un numero controllabile. I libri rimarrebbero in quella che è la loro sede naturale e si risparmierebbero i soldi per adeguare un secondo edificio diverso da quello della Sapienza, edificio che per ora è come l'ariostesca araba Fenice: "Che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa". San Bernardo, per giustificare l'uccisione dei musulmani, diceva che la loro eliminazione fisica non era un omicidio, ma un malicidio, visto la loro pericolosità. Dovremo assistere a un libricidio di proporzioni colossali che certo non mira alla salvaguardia del respiro culturale della città di Pisa, solo per assicurare la vittoria a un ventaglio di interessi particolari? Mi viene in mente il caso della Biblioteca Universitaria di Napoli dopo il terremoto del 1981. Anche questa ebbe danni (non gravi), così come la Nazionale e moltissimi palazzi di Napoli. Solo che il direttore della biblioteca (Nicola Scafati) era un grand'uomo, senza esagerazioni. Invece di affidarsi alla burocrazia chiamò alcuni ingegneri di sua fiducia, che gli diedero l'assicurazione che non c'erano rischi. Dopo di che fece sistemare le spie sulle crepe ("belle alte", diceva, che a nessun impiegato venissero tentazioni) e resistette a tutte le pressioni del personale, alle accuse più terribili di mettere vite umane a rischio ecc. Pressioni tanto più forti, perché frattanto la Nazionale era stata chiusa (e prima che riaprisse ci vollero anni). Ma quel direttore, appunto, era una persona rara. Ancora: l'araba fenice di cui sopra non è "ariostesca", sono parole di don Alfonso nel "Così fan tutte", a loro volta - a essere pignoli - riprese da Metastasio