Le traversie dello storico edificio addossato ai Quattro Canti Ho attraversato una città deserta e arroventata per non mancare il 15 luglio all'appuntamento con l'apertura straordinaria di Palazzo Merendino Costantino, uno degli spettacolari edifici settecenteschi allineati sulla croce di strade Toledo-Maqueda a raffigurare, tra apparati decorativi marmorei e addobbi effimeri, la "Scena del Principe" per i festosi e fastosi ingressi trionfali di Re liberatori dal "giogo dei Barbari", o per il "Triunfu" della Santuzza. Il Palazzo, adiacente il Cantone settentrionale dell'Ottangolo Villeno, nome originario del più resistente degli ideogrammi urbani noto come Teatro del Sole, è citato da Giuseppe Bellafiore nella sua "Guida della città" del 1956, in poche righe che oggi sanno di beffa: «L'aspetto di questo tratto di via Maqueda dai Quattro Canti ai Crociferi è compromesso dalle disordinate vetrine dei negozi e dai recenti rifacimenti novecentisti. A destra è il Palazzo Merendino-Costantino, opera di Venanzio Marvuglia (1785-88) con monumentale atrio e buoni saloni al piano nobile affrescati da Giacchino Martorana». Quel che resta oggi dell'edificio, acquistato nel 2000 da privati che lo rilevarono da 50 diversi proprietari, è solo uno dei tanti "Manifesti dell'Abbandono" che puntellano la città storica e le cui cause si perdono in un groviglio di divieti, vincoli, impedimenti burocratici, indifferenza, recessione, inefficienza, malgoverno, rassegnazione. Gli attuali proprietari, il romano Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona e la palermitana Cesira Palmeri di Villalba, che l'acquistarono "per innamoramento" insieme al Palazzo Di Napoli su cui poggia il Cantone di Filippo IV, Autunno e Sant'Oliva, nel 2003 presentano richiesta di concessione edilizia comunale, nulla osta della Soprintendenza e finanziamento europeo, per destinare i quasi diecimila metri quadri del complesso ad albergo-museo, forti di due certezze: gli spazi che ben si prestavano ad accogliere manifestazioni artistiche, tra la cavallerizza colonnata del piano terra e le énfilades di saloni del piano nobile con volte affrescate e pavimenti maiolicati (oggi scomparsi), e i contatti pregressi con istituzioni romane, pubbliche e private, pronte ad accendere prestiti e scambi di mostre e iniziative con il nascente museo. La concessione e il nullaosta per il recupero dell'immobile si arenano tra pareri discordanti su alcune scelte progettuali si è avuto sentore di una copertura vetrata prevista nell'atrio, negata dalla Soprintendenza ai Beni culturali e quando vengono rilasciati, a maggio del 2007, i finanziamenti europei sono già scaduti. Il resto è storia di saccheggi e degrado e di un'ulteriore occasione perduta per il recupero, non solo di beni, ma di attività e occupazione nel centro storico. Per il Festino 388, pensando ad un dono da fare alla città, i proprietari incaricano giovani artisti (Salvatore Davì cura, Alessandro Bazan organizzazione, Tiziana Pantaleo comunicazione) di dare voce ad artisti, noti e meno noti, disposti a esibire in regime di volontariato il proprio "messaggio in bottiglia" sul tema della peste: un luogo degradato appestato affossato dalla burocrazia che viene miracolato dall'arte e questa, esibita fuori dai luoghi deputati che oscurano vitalità e talenti "non allineati", a sua volta dimostra come sia possibile imbastire con poco una esibizione di linguaggi contemporanei il cui "concept" parli alla città dei problemi che l'affliggono. La risposta "incredibile" degli oltre 5.000 visitatori, tra cui sindaco e assessori, conferma l'intento "dimostrativo" degli organizzatori nel proporre procedimenti snelli per agire, non da soli ma insieme, in una rinnovata alleanza tra amministrazione e cittadinanza che non chiede soldi o favori ma interlocuzione, senza mediazioni e infauste infiltrazioni, per la risoluzione dei problemi. E per il recupero di Palazzo Costantino urge una soluzione. Del resto la città non è nuova alle controversie sugli interventi in aree urbane "sensibili" che hanno determinato, per alcuni, la sconfitta dei princìpi regolatori di assetti consolidati e, per altri, il prevalere del buon senso e della Modernità (anche se talvolta di speculazione camuffata) sul conservatorismo timoroso del nuovo. Nella medesima via Maqueda, tanto per dire, il progetto di Ludovico Quaroni per un edificio della Curia è rimasto bloccato anni per difformità con il Ppe (Piano particolareggiato esecutivo del centro storico il cui padre putativo resta, più degli altri progettisti, Pierluigi Cervellati), e ora il suo scheletro cementizio svetta a filo di cortina muraria, non un centimetro di arretramento concesso a quanti chiedevano aria e verde nell'arteria intasata; la casa-torre di piazza Unità d'Italia, due anni ferma al settimo piano appena scattate le limitazioni in altezza post terremoto del 1968 e poi, più che il dolore per l'area urbana trasfigurata, poté la fame di abitazioni di prestigio nel quartiere allora più prestigioso. Negli anni 70 si dibatté fino allo sfinimento se dovessero prevalere le case popolari da costruire o i resti di insediamenti arabi da scavare nel quartiere degli Schiavoni, e infine prevalse il mantenimento dell'area archeologica; il più dibattuto fu comunque il cosiddetto Progetto Sailem, una proposta di sistemazione del litorale lato Romagnolo, avversatissima dal nascente ambientalismo che vi leggeva più intenti speculativi e cementificatori che risanatori, avendola vinta. Questo per dire che i confini tra i no rigorosi e assoluti e i sì "a condizione" sono sempre travalicabili, che i casi vanno valutati uno per uno, che non è detto che l'inserto moderno nel tessuto antico sia deturpante, che la Piramide di Pei al Museo del Louvre e il Centro Beaubourg di Piano e Rogers a Parigi hanno insegnato come procedere, che anche le istituzioni che operano per il bene comune talvolta usano ragioni che la ragione non comprende e che, facendo il pari e dispari, meglio un bene recuperato con qualche pecca che lo stesso bene lasciato marcire alla ricerca della perfezione. Direi giunto il momento di confrontarsi nuovamente su questi temi, partendo da Palazzo Costantino aperto per un giorno per sfatare la maledizione di La Duca su "il peccato di fare" e pure bene, in questa città.