IL RECENTE intervento del ministro Fabrizio Barca su queste pagine fa sperare in una effettiva volontà del governo di sostenere e lasciar esprimere l'attività di istituzioni e individui che dedicano una porzione del proprio tempo al perseguimento di benefici collettivi. A Napoli e in Campania abbiamo valorosi esempi di questo tipo come la stazione zoologica Anton Dohrn, l'emeroteca Tucci, la Società di storia patria, l'Istituto italiano per gli studi filosofici solo per fare qualche esempio che per la loro stessa funzione di interesse generale dovrebbero essere sostenuti e salvaguardati, ma che discutibili scelte amministrative locali lasciano invece a stento sopravvivere. Si tratta di questioni delicate e mal gestite che rientrano nella cornice di quel nodo cruciale della nostra storia individuato da Piero Barucci: sottoutilizzazione delle potenzialità dell'area. È pur vero, come ha dichiarato il ministro, che «lo Stato non deve mettere solo soldi, deve innanzitutto mettere e indicare la direzione». A questo proposito ci si chiede se nella direzione da indicare possano essere incluse la formazione, gli istituti di cultura e le biblioteche che sono, al pari degli asili nido, servizi indispensabili in un Paese come il nostro in cui, come attestano gli studi dei professori Avveduto e De Mauro, sono vasti i deserti di una popolazione priva delle conoscenze essenziali per orientarsi nella complessità del mondo d'oggi: secondo questi studi, che riguardano anche l'analfabetismo di ritorno, sono da stimare a un terzo della popolazione e sfiorano i venti milioni gli analfabeti effettivi che sanno riconoscere i caratteri a stampa ma, di fatto, non riescono a seguire un discorso su una pagina scritta. Eppure da anni non c'è segno di resipiscenza che indichi una qualche attenzione alla cultura e a quelle istituzioni che si rendono interpreti dell'esigenza che le nuove generazioni, le future classi dirigenti, siano educate al pensiero creativo, alla capacità di giudizio e di orientamento critico. Investire in cultura significa di per sé incrementare la competitività dei territori che, come ha di recente dichiarato il presidente Napolitano, «non può fare a meno delle energie innovative dei giovani ». Il valore della formazione non è economicamente calcolabile, non può contribuire da un giorno all'altro all'incremento del Pil, ma è dissennato non capire che tagliare le spese nella ricerca, nella formazione, in tutto ciò che costituisce la base dell'innovazione, non potrà che provocare fenomeni sempre più gravi di crisi e asfissia del nostro sistema economico. Garantire con costanza la possibilità della formazione, in un territorio segnato da quelle che Francesco Saverio Nitti definiva «forze ritardatrici», costituirebbe un primo e fondamentale passo verso quella svolta etico-politica necessaria a un processo di rilancio economico dell'area e significherebbe creare un terreno fertile per il pieno sviluppo e la piena espressione di potenzialità e talenti di centinaia di migliaia di giovani che troppo spesso restano inespressi.
Investire in cultura per essere competitivi
Il ministro Fabrizio Barca ha espresso la volontà del governo di sostenere le istituzioni e gli individui che dedicano tempo al perseguimento di benefici collettivi. A Napoli e in Campania, ci sono esempi di istituzioni che dovrebbero essere sostenute, come la stazione zoologica Anton Dohrn e l'emeroteca Tucci. Tuttavia, scelte amministrative locali hanno lasciato a stento sopravvivere queste istituzioni. Il ministro ha dichiarato che lo Stato deve indicare la direzione, non solo mettere soldi. La direzione indicata dovrebbe includere la formazione, gli istituti di cultura e le biblioteche.
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