CHI tra noi "ragazzi", oggi cresciuti, può negare di aver subito il fascino della piccola avventura: lasciare la propria firma su un banco scolastico o incidere nomi innamorati sulla corteccia di un albero? Ma gli strumenti tecnici di allora, il breve tempo a disposizione e certamente anche l'educazione, facevano limitare i danni a dimensioni accettabili e non offensive. CERTO scrivere o incidere «topino ti amo» nella misura di pochi centimetri è cosa diversa da quello che oggi succede con nuovi mezzi, come le bombolette spray, che portano a sovradimensionare il tutto. E cosi «topino ti amo» verrà scritto sui muri con una protervia alta perlomeno quaranta centimetri, e le tag, le firme giganti saranno ancora più alte su muri, marmi, arenarie, monumenti, intonaci, vetrine a coprire tutto in un insopportabile rumore visivo imposto con violenza da piccoli fascistelli che, con i loro plumbei segni, ormai, impediscono la lettura delle paline tranviarie, delle insegne stradali, dei nomi delle vie, delle bellezze architettoniche. Parliamo di tag, di firme mal disegnate, di conformismo senza progetto: non parliamo dei veri graffiti, opere di chi lavora con una idea formale. E occupa solo spazi leciti. I terrapieni delle ferrovie all'Ortica o quelli grigi di Lambrate o della Bovisa e di altri luoghi anche centrali ospitano opere pensate con appropriata geometria, oggi dilavate dalla pioggia ma ancora leggibili e apprezzabili, a dimostrazione che dove il supporto lo permette, le opere non sono invasive, ma ben accette. Solo a Milano, non a Torino, non a Roma, non a Londra, non a Parigi la sensazione di sporco e di sopruso è cosi diffusa, senza sosta dal centro monumentale alla periferia. L'Amsa lavora bene, è presente e sollecita, ma sono i comportamenti privati che non cancellano questi spray, che non puliscono tende e canopi, che lasciano sventolare bandiere luride e rotte benché non abbiano fatto alcuna battaglia a rendere la città poco attraente e ospitale. Che fare? Certo il problema non si risolve concedendo superfici libere a queste "decorazioni". Sottrarre il senso di illecita avventura non renderebbe felici questi piccoli vandali delle nostre notti. E poi è peggio che brutto salire su una carrozza della metropolitana e non poter leggere il nome delle stazioni perché vernici argento coprono ormai tutta la superficie del treno: questo è insopportabile. E se questo degrado non viene fermato è tutta la città che ne soffre. Che fare? È certo un problema di educazione e di esempi virtuosi, ma anche (diciamolo) di grande rigore, come si è fatto a Londra e a Tokio, con serietà e costanza. Sul bianco marmo di un palazzo vicino alla Borsa, che ho sotto gli occhi tutti i giorni, una scritta arancione alta più di quaranta centimetri campeggia ormai da due anni «Sei tutto ciò di cui ho bisogno. Perdonami. J. Z.». A quasi due anni almeno fateci sapere se J. Z. è stato perdonato.
Milano. Linea dura contro i graffiti. Educazione, ma anche rigore
Il testo discute il problema della vandalizzazione di Milano, in particolare la scrittura e l'incisione di nomi e messaggi su muri, marmi, arene e altri materiali. L'autore lamenta che questi atti di vandalismo siano diventati sempre più diffusi e invasivi, con la creazione di "topino ti amo" giganti che coprono la città. Il testo sostiene che il problema non si risolve con la concessione di superfici libere, ma richiede un approccio più serio, come l'educazione e l'esempio virtuoso, e anche un rigore maggiore, come quello adottato a Londra e a Tokio.
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