Analisi. Un'indagine della Sapienza di Roma fotografa il rapporto tra società del settore e istituti bancari Ridotte le risorse dai tagli alla spesa Chiamati in campo privati e banche La spending review (decreto legge n. 95 del 6 luglio) metterà a dura prova le società culturali in house pubbliche che sino ad oggi hanno organizzato gli interventi culturali; le fondazioni bancarie stanno rivedendo i loro programmi di finanziamento alla cultura alla luce di emergenze sociali di priorità assoluta, e la cultura, ormai orfana di risorse pubbliche, non potrà che rivolgersi ai privati Ma come? Sino ad oggi le società culturali sono sempre state abituate a finanziarsi in gran parte con risorse pubbliche. La quota di entrate proprie, quando presente, è contenuta: nei casi virtuosi ammontano al 40-45 grazie a ricavi da biglietteria, royalty per servizi aggiuntivi e sponsorizzazioni L'offerta culturale in Italia è sostenuta dalla collettività e, solo in parte, da utenza e indotto. «In Italia vige il principio della cultura bene meritorio, la contrazione dei finanziamenti pubblici però spinge verso la ricerca di altre soluzioni. Anche perché i tempi di riscossione dall'ente pubblico sono troppo lunghi e portano a sofferenza» spiega Fabio Severino, docente di Economia e gestione delle imprese culturali alla Sapienza di Roma che ha svolto un'indagine sul fabbisogno e l'accesso al credito degli operatori culturali» con 200 interviste a direttori finanziari o amministrativi di strutture culturali e focus group su 30 decision maker. Oggi si vorrebbe poter contare di più sul mercato. «L'accesso al credito potrebbe essere una via intermedia: farsi anticipare i finanziamenti pubblici o avere subito le risorse che un domani, previo un corretto sviluppo, potrebbero essere offerte dal mercato» propone il docente. Le organizzazioni culturali spesso sono pubbliche, per lo più giuridicamente degli uffici periferici dello Stato (250 musei, 500 siti archeologici, 50 biblioteche, 60mila archivi) o di proprietà degli enti locali (2mila musei, 6mila biblioteche), i dipendenti sono pubblici e i costi a carico dell'ente proprietario. Ma oltre al finanziamento pubblico esiste un "accesso al credito" delle imprese culturali? «Dalla ricerca emerge - prosegue Severino - che purtroppo il settore pubblico ha una bassa familiarità col credito: il 75 ha un conto corrente e solo il 20 ha acceso a un mutuo o lo vorrebbe chiedere. In primis perché il più delle volte (oltre il 95 dei casi) non ha autonomia giuridica né economica, quindi dipende dall'assessorato o dalla direzione regionale Mibac. Non ha rapporti diretti con le banche e non ha alcuna cultura finanziaria». Nel privato, no profit, come fondazioni e associazioni, e nel privato commerciale, come società di capitali, di persone o cooperative, per i settori quali cinema, teatro ed editoria, si ha un comportamento diverso - si rileva nella ricerca -: tutti hanno il conto corrente ma solo il 40 accende mutui, altrettanti si fanno anticipare le fatture. «Il rapporto con le banche in questi casi è diretto, continuo, ma l'istituto finanziario non è percepito come un partner per lo sviluppo (per il 60 dei privati, per l'80 del pubblico)» spiega Severino. Si accendono mutui per interventi strutturali (restauri nel 50 dei casi), ma per esempio si fa ancora poco per l'innovazione e le tecnologie (solo il 15), anche in quei settori nei quali queste sono un asset di base (30): «Per esempio a Roma - afferma il docente - su 339 schermi cinematografici, solo 73 sono digitali. Il settore con maggiore familiarità al credito è la lirica: 75 ha contratto mutui, il 50 affidamenti, il 25 anticipo su fatture. Sono grandi aziende con centinaia di dipendenti, ricavi per decine di milioni e, sebbene siano molto finanziati dai contributi pubblici, hanno maturato una discreta managerialità e utilizzo degli strumenti finanziari: il 100 degli intervistati considera le banche un partner per lo sviluppo». Tra i rapporti in essere con le banche lo strumento più frequente rimane l'anticipazione (oltre il 50 ne fa utilizzo): la cessione del credito verso l'ente pubblico. «La banca lo eroga subito - prosegue Severino, autore del libro "Economia e marketing per la cultura" - in cambio di un tasso d'interesse che permette di avere la cassa e pagare gli stipendi». Sembra inverosimile, ma la maggior parte delle istituzioni culturali solo verso novembre conosce dal Mibac il budget a disposizione per l'anno in corso (e ormai concluso): questo pone problemi di cassa e trascina con se l'evidente incapacità di programmare alcunché. In questo la banca può essere un vero partner per lo sviluppo e la qualità della produzione e conservazione culturale. Del resto i finanziamenti a fondo perduto non hanno aiutato a costruire un "sistema cultura" capace di gestire rischi e opportunità dei finanziamenti, ora bisogna imboccare una nuova strada «Purtroppo il fondo perduto ha contribuito a cancellare il merito, la qualità nei progetti, la capacità di mantenere gli impegni rispetto agli obiettivi e ai risultati promessi - conclude Severino. - Accedere al credito bancario impone l'onere e la conseguente competenza a relazionarsi con uno stakeholder esigente, che risponde a criteri a volte rigidi. Se da una parte la gestione culturale deve crescere, facendo un salto in managerialità ed evolvendo contenuti e strumenti, dall'altra il settore del credito, se vuole intervenire in questo importante comparto economico italiano, deve imparare a leggerne il rischio, inventare opportuni parametri di bancabilità. Le istituzioni culturali sono poco patrimonializzate, ma hanno altri asset da mettere a garanzia: non è un caso che i loro crediti in sofferenza risultano in percentuale assai più bassi degli altri settori». Moltissimi giovani sono attratti dall'imprenditoria culturale, la banca deve diventarne partner, ma deve calmierare i costi e saper offrire consulenza su modalità e opportunità di accesso al credito (richiesta dal 50 degli operatori culturali). L'Italia poi coglie poche opportunità europee (Horizon 2020): ci sono molti fondi ai quali non si accede perché non se ne conosce l'esistenza o le modalità di partecipazione: «I fondi Ue sono tutti a rendicontazione e le banche possono formare le imprese culturali e monitorare il rispetto degli impegni. In cambio anticipano il credito e se ne fanno pagare gli interessi, assicurandosi che questi l'abbiamo maturato secondo le condizioni poste dalla Ue. L'operatore culturale cresce - oggi solo il 35 si sente pronto a lavorare senza risorse a fondo perduto - e ha risorse strutturali e pluriennali per sviluppare e produrre cultura» conclude Severino.
Più accesso al credito per la cultura
Un'indagine della Sapienza di Roma ha analizzato il rapporto tra società del settore e istituti bancari. Le organizzazioni culturali spesso dipendono dalle risorse pubbliche e hanno una bassa familiarità col credito. Solo il 20% delle istituzioni culturali ha accesso a un mutuo o lo vorrebbe chiedere. Le banche hanno un comportamento diverso nei settori privati, come cinema, teatro e editoria, dove il 40% accende mutui. Tuttavia, le banche non sono percepite come partner per lo sviluppo. L'indagine suggerisce che l'accesso al credito potrebbe essere una via intermedia per le organizzazioni culturali.
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