Il sociologo: «Tutti e due incapaci di fare affari. Dovrebbero ispirarsi a Praga» Roma è sesta, dietro Milano e Pordenone, tra le province italiane che producono ricchezza con la cultura: professor Domenico De Masi, docente di sociologia del lavoro all'università «La Sapienza», come lo spiega? «Basta girare nel centro storico, il più bel giocattolo del mondo, per rendersi conto che è mal gestito». Faccia qualche esempio. «La concentrazione di capolavori è impressionante: abito a corso Vittorio Emanuele e, nell'ingresso del mio palazzo, c'è un sarcofago etrusco del IV secolo avanti Cristo. Si è circondati dalla bellezza, ma il carattere romano è approssimativo per definizione». Tutela maccheronica? «La quantità smisurata di opere d'arte, purtroppo, si scontra con l'ignoranza e le scarse capacità manageriali». Nessuna eccezione virtuosa? «Le chiese sono tra le poche tenute bene, con ottima segnaletica e sottofondo musicale. Peccato che un gioiello come Sant'Ivo alla Sapienza, invece, sia sempre chiuso: in 46 anni, non sono mai riuscito a visitarlo». Perché la cultura, a Roma, rappresenta solo il 7,6 del Pil? «La gestione storico-artistica è affidata ai soprintendenti: persone colte, che di mestiere dovrebbero scrivere libri. Li attornia uno stuolo di addetti, creativi mancati, che avrebbero voluto fare i pittori o gli architetti: gente frustrata, che si mette sempre di traverso». L'alternativa è privatizzare? «Non è questione di pubblico o privato, ma d'incompetenza. Il manager incolto non è certo migliore del soprintendente topo di biblioteca». Quale è la ricetta per valorizzare le risorse culturali? «Creare un sistema che contemperi passato e innovazione, managerialità e sapere teorico». Già, ma come? «Puntando sulla formazione di figure versatili, non ingessate nello specialismo e in grado di fare rete». La capitale modello? «Praga. Ha un reddito pro capite di 10 mila dollari, contro i 40 mila della Capitale, ma tutte le facciate dei palazzi sono ridipinte. Roma non regge il confronto, sembra una città del Terzo Mondo: dal degrado dei monumenti agli esercizi commerciali». La cura? «Ci vuole amore, ma ho seri dubbi che si possa invertire rotta se l'insegnamento della storia dell'arte sta scomparendo dalle nostre scuole».