Il centrodestra saluta la «Giornata del ricordo» come momento di riconciliazione nazionale. Grandi sfilate di tricolore, strali contro Togliatti e invito a indennizzare le vittime delle foibe e i profughi dell'Istria e della Dalmazia «Giorno del Ricordo» o inizio in grande stile della campagna elettorale di Alleanza Nazionale? A Trieste dubbi non dovrebbero esserci, caso mai stupore per una regia curata in ogni minimo particolare. La giornata inizia verso le dieci e mezza del mattino con l'alzabandiera, alla presenza dei gonfaloni dei comuni decorati al valor militare e civile, dei picchetti d'onore delle Forze Armate, di qualche centinaia di triestini (abbondando poco più di un migliaio), di parecchie decine di operatori dell'informazione (dislocate in modo da non poterla fare), di qualche politico non di Alleanza Nazionale (tra cui il Governatore Illy, il sottosegretario agli esteri Roberto Antonione) e di tre pezzi da novanta del partito: Gianfranco Fini, Mirko Tremaglia e, accompagnato da studenti delle scuole romane, Francesco Storace. L'on. triestino Roberto Menia, padre della legge che ha istituito questo nuovo appuntamento con la storia, ha abbracciato e baciato tutti. Tutto molto solenne. Fini passa in rassegna le truppe, si leva con le note dell'inno nazionale il tricolore a mezz'asta. Poi tutti al bar, al Caffè degli Specchi, e quindi al Teatro Verdi, palcoscenico privilegiato di Fini che nel marzo 1998, con una stretta di mano con Luciano Violante, inaugurò il nuovo corso della rilettura della storia della Venezia Giulia. Alla foiba di Basovizza, nella prima mattinata era andato Tremaglia, in una sapiente separazione di compiti. «C'è un personaggio che ha detto ammazzateli e che si chiama Palmiro Togliatti, - ha dichiarato Tremaglia- mi pare che ce n'è abbastanza. Chi condanna oggi sui giornali il comunismo deve essere conseguente per quanto riguarda questo carnefice numero uno che si chiamava Palmiro Togliatti». Così Fini può consentirsi parole di rara pacatezza. Un discorso studiato nei minimi particolari e inghiottito a fatica da una platea tricolore che lo fischia al motto di «Illuso!». «Ora che la storia e la politica sono su binari diversi, che non ci sono più le ideologie che sostengono la superiorità di un popolo sull' altro, c'è il senso di una storia comune». Fini, dando un riconoscimento «personale e doveroso a coloro che nell' epoca in cui non c'era una memoria condivisa e la percezione della tragedia, mantennero alto questo ricordo», ha citato in particolare padre Flaminio Rocchi e il deputato Ferruccio De Michieli Vitturi, esponente delle associazioni degli esuli. «Gli esuli ebbero in sorte di subire, accanto al dolore e al terrore, anche l'affronto dell'oblio e dell'ignavia. Ma onestamente dobbiamo dare atto che la società e la cultura italiana sono state capaci negli ultimi tempi di ricucire il filo della memoria. Oggi non c'è più una versione di parte, un'opinione di comodo, una verità di destra e una di sinistra, ma la verità». Fini riconsegna la storia agli storici. Replica a chi fischia di guardare avanti. Poi tutto si placa, anche se per tutta le giornata sono rimbalzate di bocca in bocca voci sulla reazione «nervosa» di Alleanza nazionale al discorso del presidente della Repubblica Ciampi, che ricordando le foibe aveve fatto più volte riferimento alle Foibe come conseguenze delle ideologie nazionaliste e razziste applicate dagli eserciti nazista e fascista in uqella che sarebbe diventata la Jugoslavia. In ogni caso, Fini riparte per Torino (dove altre associazioni d'esuli han deciso di ricordare il ricordo) e il palcoscenico è tutto per Tremaglia che chiude l'«Incontro mondiale degli esuli istriani, fiumani e dalmati» ricordando il suo lavoro per gli italiani nel mondo e per la difesa del loro voto. «Sono un distributore di democrazia, fiero di essere stato nella repubblica di Salò». Mette in parallelo l'impegno dell'on. Roberto Menia, «padre» della legge che ha istituito il «Giorno del Ricordo», il suo per una legge che consente l'elezione di 12 deputati e 6 senatori tra i quattro milioni di concittadini nel mondo e, quindi, citando un pezzo di Pavese («Ho visto i morti, sconosciuti, e i morti repubblichini...») assume velatamente - di fronte a una platea sempre più surriscaldata - l'impegno a difendere la legge sul riconoscimento di indennizzi agli ex combattenti della Repubblica di Salò. «Vince sempre chi più crede!», afferma, accolto da una vera e propria standing ovation da parte degli esuli di Istria, Fiume e Dalamazia. Chiude la lettura della lettera fatta pervenire da Amedeo di Savoia, duca d'Aosta che oltre a foibe e esodo ha ricordato suo zio e la dinastia. Un'altra pagina di storia spesso cancellata dalla memoria degli italiani: nel maggio 1941, dopo l'invasione tedesca e italiana della Jugoslavia, si costituì unosStato croato indipendente, del quale fu riconosciuto re Aimone di Savoia Aosta, di cui l'ustascia Ante Pavelic' fu l'effettivo dittatore, su una linea ferocemente antiserba e antisemita. Re Aimone in quel regno non vi mise mai piede. Poi tutti in fiaccolata.
SIMBOLI CULTURALI O POLITICI ? L'invenzione della memoria patria
Il Giorno del Ricordo è stato celebrato a Trieste con una grande sfilata di tricolore, con la presenza di politici e personaggi di spicco, tra cui Gianfranco Fini, Mirko Tremaglia e Francesco Storace. Fini ha tenuto un discorso studiato e pacato, in cui ha citato padre Flaminio Rocchi e Ferruccio De Michieli Vitturi, esponenti delle associazioni degli esuli, e ha ripreso la storia agli storici, senza una versione di parte. La sfilata è stata seguita da una riunione al Teatro Verdi, dove Tremaglia ha chiuso l'Incontro mondiale degli esuli istriani, ricordando il suo lavoro per gli italiani nel mondo e per la difesa del loro voto.
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