GENTILE direttore, in una delle sue prime interviste ("La Repubblica", 13 luglio) l'ex rettore del Suor Orsola Benincasa Francesco De Sanctis, da pochi giorni chiamato dal ministro Ornaghi a presiedere il Consiglio superiore dei Beni culturali, ha parlato del Madre come di «un punto di riferimento per Napoli», proponendosi di contribuire alla sua «rinascita». In effetti, sarebbe auspicabile, sebbene poco credibile, che il ministero trovasse il modo e magari un po' di risorse per sostenere la resurrezione del Madre. Giacché non c'è da illudersi sulla qualità e la forza taumaturgica dei progetti futuri della Fondazione Donnaregina. Quasi archiviate le note problematiche finanziarie che la fantasiosa assessora Miraglia proclama di aver risolto a giorni alterni, resta da chiedersi se i nuovi indirizzi strategici, annunciati solo parzialmente alla stampa dal presidente Forte, forniranno al Madre la bacchetta magica o almeno gli strumenti necessari per ridiventare il museo che molti napoletani e i turisti di tutto il mondo hanno imparato ad amare negli scorsi sette anni. Per quanto ne so, avendo avuto modo di leggere (e di criticare, inascoltato, nelle sedi istituzionali) i documenti programmatici approvati dal Cda della Fondazione, mi sono convinto che in quelle carte sia invece sancita la rinuncia o quantomeno una lenta e ineluttabile abdicazione alle normali funzioni museali del palazzo di via Settembrini. Nessuno lo dice apertamente, ma non si può fingere di non sapere che le linee strategiche redatte dal presidente Forte e condivise dal Cda descrivono il nuovo Madre come un mero contenitore di opere d'arte da collezionare e raccontare al pubblico (ammesso che si troveranno prestatori di un certo prestigio intenzionati a collaborare senza rendiconto), mentre le iniziative davvero qualificanti per un museo d'arte contemporanea (mostre, eventi, produzione di opere, progetti con artisti, laboratori didattici) è previsto che traslochino in altri luoghi, intrecciandosi con le attività di soggetti diversi, diffusi sul territorio e praticamente tutti privati. Da oltre sette mesi è depositato in Regione l'istituzione a cui notoriamente appartiene il palazzo ristrutturato da Alvaro Siza un documento intitolato "I cinque cerchi. Indirizzi strategici della Fondazione Donnaregina 2012-2014", di cui finora non si è offerta, né alcuno ha mai richiesto la diffusione integrale. Dato che la delibera di approvazione risale al 9 gennaio scorso, ci si chiede se sia legittimo apporre per un tempo così lungo una sorta di segreto "aziendale" sulle strategie di un'istituzione pubblica che programma e spende i soldi della collettività. D'altronde, non c'è chi creda che i governanti di palazzo Santa Lucia siano all'oscuro del progetto della Fondazione di trasferire ad altri risorse regionali e soprattutto europee, duplicando attività e disperdendo competenze professionali. O che il presidente Caldoro e l'assessore Miraglia non abbiano capito come tutto ciò renderà il Madre più piccolo e più povero, mentre il trio Forte-Blandini-Cherubini sparge fumo fingendo di lavorare a generici e altisonanti progetti culturali. Chi legge il documento approvato, infatti, sarà frastornato ma non convinto dalla temeraria apertura verso un imprecisato dialogo tra Mediterraneo e Mitteleuropa; vi riscontrerà un'ansia da prestazione nell'idea testosteronica di coproduzioni da impiantare in Brasile, in India, in Cina, in Russia, in Sud Africa e, perché no?, anche negli Stati Uniti d'America; poi si rassegnerà accettando una più modesta ricognizione delle realtà esistenti, magari con una promessa turnazione di eventi sul territorio campano. E infine andrà inevitabilmente a sbattere contro la partnership triennale con la Fondazione Morra Greco, votata alla produzione di mostre, opere d'arte, progetti educativi e residenze d'artista, in virtù di un accordo formale che addirittura obbligherà il futuro direttore del Madre a condividere progetti culturali con un privato (odontoiatra di professione) che non si è mai avvalso della collaborazione di un direttore artistico, né dei consigli di un comitato scientifico; che organizza eventi in uno scantinato del centro storico privo degli elementari sistemi di sicurezza per il pubblico e per le opere; che ama scommettere sulle traiettorie di giovani meteore nel mercato globale dell'arte; che può però vantarsi di aver avuto fino all'ottobre scorso nel proprio consiglio d'amministrazione un professore di nome Pierpaolo Forte. La riforma dello Statuto della Fondazione, risalente al luglio del 2011, si è rivelata un fallimento: nessuno ha bussato alla porta per portare denaro e prendere un seggio nel Consiglio d'amministrazione. La Regione sembra condannata a restare fondatore unico, per giunta in tempo di crisi. Tuttavia il professor Forte non si è scoraggiato e ha elaborato con i soli fondi regionali (promessi e mai ricevuti) piani ambiziosi. Non una parola ha però ritenuto di dover spendere sulle mostre future del Madre, e infatti ne "I cinque cerchi" si discetta sempre e soltanto di mostre della Fondazione Donnaregina da organizzare in occasione di grandi eventi cittadini. Una disattenzione, un lapsus? Forse, ma intanto finalmente si comprende la ragione per cui nella pianta organica del nuovo corso (anche questa approvata il 9 gennaio dal Cda) sono scomparse le figure dei curatori, del conservatore, degli addetti alle pubbliche relazioni e alla didattica, tipiche professionalità museali. La mia sensazione, per dirla tutta, è che la Fondazione Donnaregina, riformata dalla giunta Caldoro, abbia tutt'altro scopo che gestire il Madre. E che si sia trasformata in un organismo alieno, di surroga e di mescola dei poteri d'indirizzo politico con quelli di spesa: una specie di assessorato mutante delegato al sottogoverno del vasto e tentacolare settore dell'arte contemporanea che, per soddisfare in tempi di magra gli interessi dei "clientes" (alcune gallerie e alcune fondazioni private), non trovando altra linfa vitale, si è messo a succhiare prerogative culturali e risorse finanziarie dal corpo indifeso del museo. Si tratta con ogni evidenza di un'aggressione subdola e parassitaria, destinata a rendere di giorno in giorno sempre più flebile la voce del museo d'arte contemporanea, la cui potenza espressiva era diventata nel giro di pochi anni quel "punto di riferimento per Napoli", generosamente segnalato dal presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali. Resto perciò convinto che nel breve tempo il Madre non avrà alcuna possibilità di rinascere. E se l'opinione pubblica non è mai stata informata delle scelte già fatte, come potrà giudicare i progetti a venire e l'operato dei nuovi gestori del Madre? L'autore è ex direttore del Madre
NAPOLI - La lettera. Un documento svuota il Madre
Il presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, Francesco De Sanctis, ha parlato del Madre di Napoli come di un punto di riferimento per la città. Tuttavia, il museo è in crisi finanziaria e le sue attività sono state trasferite ad altri soggetti. Il documento "I cinque cerchi" approvato dal Cda della Fondazione Donnaregina descrive il Madre come un contenitore di opere d'arte da collezionare e raccontare al pubblico, senza iniziative qualificanti per un museo d'arte contemporanea. La Fondazione Donnaregina è stata accusata di trasferire risorse regionali e europee ad altri soggetti, disperdendo competenze professionali.
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