E Urban Center mette in mostra il progetto di restauro ARCHITETTO Baietto, lei è sul banco degli imputati. Si aspettava una reazione come questa? Del suo lavoro è soddisfatto? Armando Baietto: «Lo sono. Il progetto è frutto di un lavoro corale, non autoreferenziale, non volevo lasciare alcun segno personale. Per Palazzo Gualino abbiamo sentito subito la responsabilità di confrontarci con un materiale d'origine di grandissimo valore. Sono andato a rivedermi i disegni originali usciti su Domus nel 1930. Per questo mi stupisce l'attacco ricevuto e sono contento di avere la possibilità di partecipare a questa tribuna allargata. Cominciamo con il dire che non si sventra nulla, ritengo anzi offensiva questa idea dello sventramento. E aggiungo che di palazzi Gualino ce ne sono diversi, quello degli Agnelli, del Comune e l'attuale. Ogni volta ci sono state modifiche. E allora qual è il Palazzo Gualino da recuperare davvero?». Daniele Vitale: «Il dissenso resta, è profondo e sono convinto che Baietto non dovesse accettare quell'incarico, anche per motivi etici. Non capiamo a cosa fa riferimento il progettista quando parla di coralità, forse a quella degli amici. Io credo che la discussione vada ricondotta a due temi principali: il primo dei quali è quello della politica di dismissioni pubbliche dell'amministrazione torinese. Una politica che viene giustificata con l'emergenza economica ma che cambiare metodo, soprattutto se è di sinistra. L'assessore Ilda Curti ci accusa di essere "imbalsamatori" del patrimonio architettonico, ma occorre porre la questione della compatibilità e noi non riteniamo che la destinazione di alloggi di lusso sia compatibile con le caratteristiche di Palazzo Gualino. È questo il secondo grande tema, che andrebbe affrontato con grande attenzione. Quale l'alternativa ad una destinazione di alloggi di lusso? Meglio forse pensare a degli uffici che non comportano interventi e impianti così invasivi ». Baietto: «Guardi che anche la trasformazione in uffici avrebbe comportato interventi aggressivi, non molto diversi da quelli utilizzati per gli alloggi». Ilda Curti: «Replico subito a chi ci accusa di distrazione o, peggio, di aver svenduto il patrimonio pubblico. Dovremmo forse ricordare che fino a poco tempo fa Palazzo Gualino era noto a quasi tutti i torinesi per essere un edificio non di pregio ma sede dell'ufficio tasse e tributi, funzione poi abbandonata perché il posto era inadeguato all'uso. Aggiungo che noi ci muoviamo all'interno di un piano di regole, che a loro volta si declinano con un confronto con il piano regolatore e i rapporti con la Sovrintendenza e la commissione Paesaggio del Comune. Voglio sottolineare che entrambe hanno dato parere positivo al progetto. Per finire, dico che la discussione sull'architettura del 900 è un tema che divide, è difficile creare consapevolezza nei cittadini e per questo chiedo al mondo accademico di avvicinare il pubblico a questo argomento, anche attraverso un'azione pedagogica». Guido Montanari: «L'assessore cita la commissione Paesaggio che presiedo. Non posso allora non intervenire per dire che da almeno dieci anni le scelte dell'amministrazione comunale sono prese da un numero ristretto di persone. Dagli anni 80 si lascia che i privati scelgano quello che vogliono. Dal Lingotto in poi, Torino ha accettato il principio "il privato decide e il pubblico gli va dietro". Eppure la storia di questa città era diversa e andava in un'altra direzione. Sul giudizio espresso dalla mia commissione devo dire che non potevamo non dare il via al progetto di Baietto, perché in nessun modo disturbava il paesaggio. Da questo punto di vista nulla da dire. Il Forum di oggi a Repubblica apre un dibattito, mentre finora non possiamo dire che ci sia mai stato un tavolo di discussione aperta. Certo non l'ha prodotto l'Urban Center e infatti non si capisce neppure quali siano i criteri per le nomine delle persone che ne fanno parte». Curti: «Questo però vale anche per la commissione Paesaggio, Nessuna differenza». Montanari: «Io sono pronto a dimettermi dalla carica anche subito, se il principio di fondo è diverso da quello attuale e si privilegia la meritocrazia per comporre una nuova commissione con autorità di livello internazionale. Però dobbiamo essere onesti e ammettere che Torino è stata la capitale della modernità ma non ha esitato a fare tabula rasa di testimonianze importanti come la Società Ippica di Mollino, mentre gli edifici di Italia '61, come Palazzo a Vela, sono stati in parte stravolti. Le Olimpiadi in questo senso sono stata un'occasione persa e gli errori sono stati tanti». Curti: «In mezzo a tante critiche c'è almeno una cosa che ritenete sia stata fatta bene?». Montanari: «Una scelta positiva è stata la pedonalizzazione delle aree centrali». Gennaro Napoli: «Vorrei intervenire chiarendo che per Palazzo Gualino è stato seguito un iter corretto. Vorrei anche ribadire che moderno e antico sono per noi considerati allo stesso modo. In quanto a tutela, ci si affida alla discrezionalità dei casi, in relazione alla sensibilità del funzionario e del sovrintendente. L'architettura è qualcosa di dinamico che ha come destinazione finale la partecipazione dei cittadini. A volte è preferibile la trasformazione all'oblio e ci sono situazioni in cui si deve scegliere il minore dei danni». Cristiana Chiorino: « Finora si è parlato di Palazzo Gualino. Vorrei intervenire su Palazzo del Lavoro come rappresentante degli eredi Nervi per cui lavoro, non solo a Torino. Adesso è ovviamente tardi, ma occorreva fare un concorso. In tutta Europa, anche con committenti privati, se si vuole trasformare si indice una gara, la miglior garanzia di correttezza delle procedure di intervento. A noi è mancato proprio questo e per ciò che riguarda la sovrintendenza non credo si sia fatto tutto il possibile. Comunque quello che fa la differenza è la qualità del progetto e non la destinazione d'uso. Nel 1961 anche Nervi ipotizzava che nel suo palazzo potesse arrivare un supermercato. Il Comune ha deciso per una cabina di regia. Una scelta apprezzabile anche se avremmo preferito che il progettista possa essere affiancato da un architetto super partes». Riccardo Bedrone: « Il 900 sembra essere scoperto solo oggi, con opinioni diverse sul grado di tutela richiesto. Il passato è stato una sommatoria di atteggiamenti che hanno portato alla situazione di indebitamento pubblico. Non credo che le amministrazioni comunali oggi abbiano alternativa alla vendita. Ma per quale motivo in Italia la lingua viene modificata senza che qualcuno protesti e non succede qualcosa di analogo per gli edifici? Ritengo legittimo modificare l'architettura nelle destinazioni, affidandosi alla sensibilità dei progettisti, soprattutto se di valore come quelli qui chiamati in causa. Riprendo il discorso di Montanari sull'Urban Center. Condivido la sua provocazione, si tratta di un organismo elitario che non svolge la sua funzione. Ne svolge invece un'altra di accompagnamento. Occorre creare una commissione che si assuma delle responsabilità, con persone che non rivestano in parallelo incarichi professionali. E magari professionisti che non siano di Torino». Piera Levi Montalcini: « A Bedrone dico che dietro un'opera di architettura esiste una proprietà intellettuale, nelle variazioni linguistiche no. Palazzo Gualino è un edificio storico, era meglio pensare ad una destinazione come uffici. Secondo una legge regionale del '95, i Comuni devono elencare i beni che intendono proteggere. A Torino non è stato fatto. Sarebbe importante pensarci, un modo per il Comune di riconoscere la sua storia. Per come la penso io, si potrebbe ancora tornare indietro e cambiare la destinazione». Montanari: «Vedo questo dibattito come un'occasione per un futuro che auspico migliore. Ma le ombre del passato restano sulla città. Gli esiti di questa grande trasformazione urbanistica vissuta da Torino sono stati inferiori alle aspettative, sia quelle del mondo della cultura che dei cittadini. Per Palazzo Gualino, un'operazione che continuo a ritenere sbagliata, ma ormai avviata, credo si possa intervenire con un'attenzione alla preservazione di alcune aree e al ripristino in alcuni ambienti dei pochi arredi originali, magari da mostrare al pubblico. Vorrei emergesse un messaggio di positività: mettiamoci attorno ad un tavolo e creiamo organismi di consiglio attraverso procedure trasparenti». Curti: « Sono d'accordo con Vitale quando dice che le élite culturali devono esprimere il loro punto di vista, ma chiariamo che si tratta di élite e non di comunità culturali, che sono un'altra cosa. Non sono però le élite a decidere, è necessario assicurare un processo democratico. Ci vogliono regole e condivisione di regole, mettendosi in relazione con i bisogni della città. Sono disponibile ad aprire un dibattito confrontandomi con la complessità. Ma senza dogmi né giudizi cristallizzati. Anche l'Urban Center si sta già trasformando e da parte dell'amministrazione c'è la massima apertura per cambiarlo ancora, ci stiamo lavorando da tempo. L'architettura e una delle arti che implica autorità, ma dobbiamo fare i conti con la democrazia». ( a cura di Leonardo Bizzaro, Diego Longhin, Roberto Orlando, Marina Paglieri e Sara Strippoli)