A Firenze è consentita ogni cosa. Almeno così pensa la città, o forse taluni suoi amministratori, perché è un solo fulgore di meraviglie, monumenti incomparabili, a partire da quella cupola del Brunelleschi sempre in restauro, poi il Duomo, il Battistero di San Giovanni, Michelangelo, Giotto, Masaccio, il Ghiberti, Santa Maria Novella, la Loggia dei Lanzi, Palazzo Vecchio, gli Uffizi, Palazzo Pitti, le Gallerie dell'Accademia, i capolavori cruciali per il mondo occidentale... Così ogni cosa è lecita, come consentire a un'orribile giostrina dorata, il massimo del Kitsch deteriore, di girare all'infinito davanti a un luogo di culto per la cultura italiana del '900, il celebre caffè «Le Giubbe Rosse». Traffico impossibile nelle viuzze che serpeggiano tra logge e monumenti divenuti fragili nel tempo. Cose risapute. C'è un male, però, che sommato agli altri risulta grave proprio per una città che è meta obbligata per appassionati, studiosi, amanti del bello, italiani e stranieri. Specie per questi ultimi che approdano nella città delle meraviglie per goderne al completo, fin nei tesori o nelle bellezze meno conosciute e clamorose. È un guaio talora possederne troppe. Dopo le Gallerie dell'Accademia, nella celebre piazza San Marco, sorge l'omonimo Monastero e Museo, un gioiello di opere, creazioni, pensiero, tradizione. Resta uno dei luoghi più misteriosi e incantevoli della città. Attualmente è inoltre aperta un'interessante mostra, «Dipinti fiorentini da Altenburg», fino al 30 aprile. Ora le note dolenti: orari di visita, da lunedì a venerdì, 8,15-13,50, il sabato 8,15-18,50, domenica 8,15-19, insomma orari per insonni o da monaci, per fiorentini, o solo per chi può viaggiare la domenica. Subentrano però le chiusure settimanali e qui bisogna avere un cervello da matematico per capirle o ricordarle: la prima e la terza domenica del mese, mentre il secondo o il quarto lunedì, se il mese ha 31 giorni, possono sorgere seri problemi. Il tutto per «mancanza di personale», ha dichiarato il Museo. Ma per stranieri e studiosi un museo è un museo, e, quando si viaggia per visitarlo, trovarsi la porta sbarrata davanti al naso alle 13,55 come è capitato a noi e a una folla variegata di stranieri è quanto meno sgradevole. L'entrata costa 4 euro. Non sarrebbe meglio aprirlo il pomeriggio agevolando chi arriva da fuori? I fiorentini si consolano: «Sono quasi tutti così i musei non troppo grandi, c'è troppo da vedere e mancano i mezzi per tenerli aperti». Perché mai, allora si continuano a inaugurare nuove sale o manifestazioni, se prima non si migliorano le esistenti? Il direttore del polo museale, l'ex ministro Paolucci, è persona troppo colta, intelligente e saggia per non pensarci. Prossima tappa è la Casa Buonarroti, luogo sacro per chi predilige Michelangelo con alcune sculture e opere giovanili magistrali. Situato in via Ghibellina 70, è l'edificio che l'artista acquistò per sé a Firenze, e sovente si preparano mostre di grande interesse, come ora «Roma nell'incisione del '500», fino al 2 maggio. Orari: 9,30-14, chiuso il martedì, per mancanza di fondi. Il massimo, oltre al Museo degli Argenti (8,30-13,50) e altri ancora, è il Bargello, scrigno della scultura rinascimentale, museo nazionale «con 1200 anni di scultura italiana, recita l'annuncio; vanta opere insuperabili di Michelangelo, Bandinelli, Ammarinati, Giambologna, Cellini, Donatello, i Della Robbia, Ghiberti, Brunelleschi e così via, inoltre bronzetti, armi, medaglie, insomma un luogo imprescindibile per chi voglia studiare e ammirare la scultura italiana e altro. Orari: 8,15-13,50 con le chiusure settimanali che prevedono i consueti calcoli da Pitagora redivivo. È mai possibile tante parlare di beni culturali e poi consentire orari impossibili, se non indecorosi, proprio in una delle perle della cultura e del turismo italiano? Infine la Fondazione Longhi, dove si studia e si preparano importanti mostre come l'attuale «Morandi e Firenze». Sempre per mancanza di fondi, orari: 10-12, 14-17, domenica 10-12. È perfino meglio la sonnolenta, più modesta (quanto a capolavori), sempre più provinciale capitale della Lombardia: la povera e tuttora disastrata Milano, non più «da bere», ma neppure troppo da visitare. C'è un evento fra breve, pronto a riscattarla: la grande mostra del Cerano, che avrebbe fatto la gioia di Giovanni Testori.