Ha resistito alla guerra mondiale e all'alluvione del 1966 Dopo 27 anni di restauro, la Porta del Paradiso di Ghiberti torna a risplendere. Un'opera complessa, ricca di storia e dai dettagli tecnici minuziosi. Le due ante sono alte cinque metri e venti centimetri, per 154 centimetri di larghezza e n di spessore. Ciascuna pesa 4o quintali. L'intelaiatura dove Ghiberti ha inserito lastre e forme della cornice a forza, scaldando forse il bronzo, è fusa insieme al piano di posa in un solo getto; lastre e cornici sono realizzate con fusioni singole. Ghiberti, con i suoi aiutanti, pulisce i rilievi a freddo, li cesella, li fa infine dorare in amalgama di mercurio, come spiega Annamaria Giusti, direttrice dei lavori di restauro. Ma quell'oro viene «nascosto» nel 1772 con una vernice stesa a pennello; da allora dell'oro non si sa più nulla fino a quando, dopo che la porta è stata smontata e portata al sicuro durante la Seconda guerra mondiale, il soprintendente Giovanni Poggi fa rimuovere le vernici dal restauratore Bruno Bearzi che applica soda caustica concentrata e nel '48 si scopre la doratura. Ma il 4 novembre 1966 l'alluvione spalanca i due battenti della porta che sbattono con tanta forza da far uscire dall'incavo sei grandi rilievi. Sempre nel 1966 Bearzi ripulisce le formelle e le monta nei loro alvei perforando però il fondo degli alvei stessi. Nel 1978 Umberto Baldini, direttore dell'Opificio delle Pietre dure, vede che l'oro si sta annerendo e sollevando, così decide per un'indagine diagnostica. «Baldini capisce le origini del degrado: sali instabili che si formano fra bronzo e doratura al mercurio, il tutto amplificato dall'inquinamento dice Marco Ciatti che dirige adesso l'Opd Non sono passati che 27 anni dalla scoperta della doratura, ma le porte appaiono annerite e in grave pericolo, corrose in pochi anni più che nei precedenti cinque secoli». Baldini inizia il restauro su una lastra, poi sulle altre cinque staccate dall'alluvione ma, ritenendo impensabile esporle all'aperto, le consegna al museo dell'Opera di Santa Maria del Fiore chiudendole in una teca in atmosfera di azoto per evitare ogni inquinamento. Il problema della pulitura delle lastre viene risolto immergendole in una soluzione neutra di tartrato di potassio (Sali la Rochelle) che elimina gli ossidi formati fra bronzo e oro che fanno sollevare la doratura. Ma rimuovere le altre lastre dal telaio appare difficile, per cui si decide di utilizzare uno speciale laser messo a punto dall'Istituto di fisica applicata dell'Università di Firenze che volatilizza lo sporco senza scaldare il bronzo. Conclusa la pulitura e rimontati i pezzi, l'intera porta è stata chiusa in una grande teca in atmosfera di azoto e sarà aperta al pubblico dall'8 settembre; in futuro si pensa di evitare il vetro della teca sostituendolo con una barriera d'aria. «Il vero problema ricorda Ciatti resta quello delle sculture all'aperto: l'atmosfera distrugge pietre e metalli: dunque non resta che portare all'interno le opere in attesa che la scienza scopra nuovi metodi di salvaguardia». Dunque una lunga storia e, alla fine, entro due anni, una grande sorpresa. Timothy Verdon, che dirige il museo dell'Opera, spiega che quest'ultimo sarà raddoppiato; qui, nella zona più grande, un tempo parte di un teatro settecentesco poi divenuto garage e ora in fase di restauro, si ricreerà la facciata distrutta del Duomo di Arnolfo di Cambio: di fronte, a una decina di metri di distanza, tornerà la porta del Paradiso del Ghiberti e, in futuro, le altre due, di Ghiberti stesso e di Andrea Pisano. «Così aggiunge la porta del Paradiso tornerà in rapporto con l'antica facciata del Duomo, ricreando un dialogo che nessuno ha visto da cinque secoli, un dialogo del quale gli storici dell'arte non parlano».