Un miracolo di arte, restauro, alta tecnologia, ma anche di capacità negoziale e di organizzazione: portare il Satiro danzante a rappresentare l'Italia all'esposizione di Aichi, in Giappone, si è rivelata un'impresa straordinaria. La statua di Prassitele è rimasta per oltre due millenni in mare, non ha la gamba d'appoggio e il metallo di cui è fatta è corroso. Per questo gli esperti dell'Istituto centrale del restauro e la Regione Siciliana (la statua è esposta stabilmente a Mazara) avevano già detto no a istituzioni come il Metropolitan Museum di New York o il Louvre di Parigi. Il commissario di governo per la partecipazione italiana ad Aichi, Umberto Donati, è riuscito però a mettere tutti d'accordo, a organizzare studi, macchine, imballaggi d'avanguardia e finanziamenti per il delicatissimo trasporto del Satiro. L'operazione costa oltre 800 mila euro, per larga parte pagati dagli sponsor. A cominciare dal gigante della stampa giapponese Yomiuri, quotidiano da 14 milioni di copie al giorno, che festeggerà l'anniversario della fondazione esponendo il Satiro, a proprie spese, dal 19 febbraio al Museo nazionale di Tokyo. «È stata un corsa contro il tempo» confessa a Panorama Giorgio Accardo, il fisico che da settembre guida la speciale squadra dell'Istituto del restauro che ha lavorato giorno e notte, con diverse imprese italiane dell'alta tecnologia (avionica e barche da regata, società di software, di ingegneria e di robotica industriale), per consentire il trasporto del Satiro. Per prima cosa hanno dovuto fare una copia identica alla statua antica. L'obiettivo era creare un corpetto esterno e una corazza interna senza dover toccare l'originale. Ci sono riusciti grazie alla scansione laser a tre dimensioni e all'uso di macchine industriali di precisione. «Ma siccome le macchine non sono in grado di sfornare manufatti da oltre 2 metri, come il Satiro, abbiamo dovuto dividere pezzo da pezzo chiedendo poi a un maestro fonditore, Alessandro Fagioli, di aiutarci a realizzare l'opera completa». La scelta vincente? Ricorrere ai nuovi materiali, resistenti ma leggeri, come le fibre di carbonio o il titanio. Racconta ancora Accardo: «L'idea è stata lanciata da uno del nostro gruppo, Roberto Ciabattoni. Ma non era facile realizzarla: noi non sapevamo utilizzare questi materiali; le aziende che li usano non sapevano applicarli all'arte, lavorare su piccole superfici. Abbiamo dovuto unire forze e conoscenze». Sono nati così un corpetto esterno in kevlar e carbonio e una corazza interna alla statua fatta con gli stessi materiali. Quest'ultima struttura, alla quale ha lavorato anche la restauratrice Raffaella D'Amico, permette di infilare il Satiro, con semplicità, su un'asta di titanio. Sotto la statua è stata preparata una piattaforma antisismica. Infine l'imballaggio: casse e controcasse, con ammortizzatori, climatizzatore, umidificatore, segnalatori d'allarme, tutto è stato organizzato per trasportare il Satiro da Mazara a Roma con un tir e da Roma a Tokyo con un aereo Alitalia. Una storia affascinante, insomma. «A suggerirmi il Satiro danzante per la fiera di Aichi fu il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini» ricorda Donati. I due stavano visitando a Tokyo la mostra sul giardino italiano. Era l'ottobre del 2003. E Casini aveva appena esposto, con successo, il Satiro danzante restaurato a Montecitorio. GIGANTE CHE BALLA COME VUOLE DIONISO La statua del Satiro danzante. 2 metri e 10 di altezza per oltre 100 chili di bronzo, risale al IV secolo avanti Cristo. Ritrae una danza dionisiaca, antesignana per movimento ed estasi di quella che secoli dopo avrebbero adottato i dervisci. Attribuita a Prassitele, scultore tra i più apprezzati della Grecia classica, era famosa nell'antichità. Plinio il Vecchio nella Naturalis historia ne parla come del "noto Satiro che i greci chiamano periboetos». Fu recuperata dal fondo del mare davanti a Mazara del Vallo dal peschereccio Capitan «s Ciccio nel 1997 e nel 1998.