Dalla fine delle collaborazioni pubblico-private, all'assenza di strumenti valutativi per tutelare le eccellenze: punto per punto gli effetti negativi per la cultura e l'economia del decreto legge 95 Al contrario di quanto riportato nel titolo - Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini - il decreto legge n.95 sulla 'spending review" del 6 luglio scorso avrà effetti gravi sui servizi pubblici, anche quelli culturali. In particolare: L'articolo 4 impone lo scioglimento o l'alienazione di tutte le società partecipate da pubbliche amministrazioni e contestualmente fa divieto agli enti quali associazioni e fondazioni di ricevere contributi a carico delle finanze pubbliche. In questo modo si colpisce indiscriminatamente tutto il sistema delle realtà aziendali e associative che, in particolare nel settore della cultura, negli ultimi vent'anni sono state tra gli attori principali del cambiamento registrato nei consumi culturali, hanno assicurato migliori livelli di efficienza e di efficacia nei servizi e tenuto alta l'attrattività, anche turistica, delle città. Tutto ciò senza individuare nessun criterio di efficienza, economicità e di valutazione dei risultati. Perché, se l'obiettivo è migliorare i servizi e l'efficienza della spesa pubblica e aprire al mercato, vengono a priori azzerate tutte le esperienze, anche quelle di eccellenza e di successo? Con l'articolo 9 il decreto prevede non solo la soppressione o l'accorpamento da parte delle amministrazioni locali (Comuni e Province) e delle Regioni, ma anche il divieto a istituire enti di qualsiasi natura giuridica che svolgano funzioni fondamentali o amministrative previste dagli articoli 117 e 118 della Costituzione. Perché, anche in questo caso, si procede senza nessuna valutazione e distinzione rispetto a realtà che funzionano e si impedisce l'esistenza di soggetti che possono dare risposte importanti nell'ambito di funzioni fondamentali come la valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale e la promozione delle attività culturali? Uno dei primi effetti della spending review sarà la chiusura della Fondazione Valore Italia (articolo 12, comma 59) che ha fino a oggi svolto il compito di promuovere nel mondo la produzione delle nostre piccole e medie imprese legata al design, senza utilizzare fondi pubblici. Non dimentichiamo che il valore delle esportazioni del design italiano è di 19 miliardi di dollari e che siamo il Paese leader tra le economie del G8 per l'export in questo settore. Perché, dunque, sopprimere questo ente e azzerarne le finalità, colpendo la valorizzazione di un settore industriale fondamentale per il Paese? Altra vittima del decreto è la Fondazione Centro sperimentale di cinematografia che, in base all'articolo 12, comma 31, sarà soppressa mentre le attività formative della Scuola di cinema confluiranno nel Mibac. Anche in questo caso si colpisce una realtà culturale di assoluta eccellenza, unica al mondo, che svolge attività di altissima formazione in uno dei settori storicamente "fiore all'occhiello" della nostra produzione artistica quale quello cinematografico. Perché rischiare di perdere l'esperienza pluridecennale del Csc che, una volta ricondotta all'interno dell'apparato burocratico pubblico, sarà depotenziata e perderà l'efficacia determinata dall'autonomia gestionale esercitata fino a oggi?