Ci dice Giuseppe Zanetto, professore di Greco all'Università Statale di Milano e habitué professionale e sentimentale della Grecia da molti decenni, che l'arte greca va fruita in Grecia, la letteratura va vissuta lì, tanto esse sono connesse ai luoghi ove nacquero, tanto producono l'incanto o l'asprezza dei luoghi, la loro patente e suggestiva antichità. Lì basta che scocchi un nome su un cartello stradale o sugli orari di un aereo, perché si scateni una cordata di miti, di poemi, di tragedie, di filosofie. Lì, sul posto, conviene a tutti arricchire e correggere, dar corpo e sostanza autentica alle nozioni imparate a scuola; liberarsi da schemi e preconcetti, godere delle suggestioni che l'incontro col Paese offre ad ogni passo di un viaggio, esponendosi anche «con totale apertura di mente e di cuore» al rischio della verifica nella duplice dimensione dell'antichità contenuta nell'età moderna. Ci ricordiamo di Chateaubriand, che due secoli fa (agosto 1806) sull'alto dell'Acropoli di Atene rivedeva le flotte delle triremi uscire dal Pireo per combattere i nemici o per recarsi alle festività religiose di Delo; che udiva echeggiare nel teatro sottostante i dolori di Edipo e di Ecuba e nell'agorà gli applausi dei cittadini ai discorsi di Demostene: e poi si accorgeva che in realtà nessuna vela si stagliava all'orizzonte e nessun rumore colpiva le sue orecchie. Questi contrasti punteggiano anche l'Entra di buon mattino nei porti. Un viaggio all'origine della nostra storia di Zanetto. Una guida non astratta, non libresca, anche se colta e dotta, ma vissuta in prima persona, all'esperienza della Grecia oggi, a questo viaggio essenziale ma "complesso" come suona la prefazione. L'itinerario classico, da nord a sud, da ovest a est, dall'ombelico del mondo tra le rocce Fedriadi della Focide alle tombe cavernose degli Atridi a Micene, dalla reggia di Nestore a Pilo alle Cicladi e infine al culmine, anche qui, dell'Acropoli ateniese, è seguito passo passo dai miti, dai poemi e dalle storie. Ma anche, questi itinerari, solcati da sguardi sul paesaggio, da scorci su trattorie col pergolato e alberghetti solitari tra gli uliveti, da consigli sulle strade, sulle scorciatoie da percorrere, sull'ora del giorno in cui è meglio visitare un luogo, sostare e meditare (di buon mattino, assenti allora le orde di turisti e sulle spiagge dell'Egeo le "scampagnate balneari" non propriamente propizie alla visita di un santuario o di una tomba o all'eco del verso di un poeta). La disposizione d'animo di Zanetto e dei suoi seguaci è quella ch'egli definisce a un certo punto, avvicinandosi a Delo, «l'allegria del navigante e la pensosità del pellegrino». La Grecia è la navigazione su un mare veramente «color del vino» secondo l'antica definizione omerica, e il pellegrinaggio in un Paese disseminato a ogni piè sospinto di miti e di storie; un intrico in cui si rimane irresistibilmente irretiti. Sopra quell'antica civiltà non si è accavallato quasi più nulla, diversamente da quanto è avvenuto altrove; e così è possibile ancora oggi rivivere le stesse esperienze di Pausania, che salendo duemila anni fa al monte Corifo sopra Epidauro scorse un ulivo tutto contorto, ridotto così da Ercole stesso col morso della sua mano poderosa; e poco lontano l'altro ulivo in cui s'impigliarono le briglie dei cavalli di Ippolito e il suo carro si ribaltò; e ancora da quelle parti il macigno che Teseo sollevò, trovandovi sotto i calzari e la spada lasciati lì da suo padre; mentre a Masete, sul golfo di Argo, c'era ancora il platano sotto cui viveva l'Idra, e presso Sicione la fonte in cui si gettò Glauce sperando di trarre sollievo nelle sue acque dai veleni di Medea. Anche Zanetto sosta con i suoi allievi al bivio della Focide dove Edipo s'imbatté nel padre e lo uccise, e attribuisce a questo la palma del «luogo più denso di suggestioni»; e a Itaca, dopo averci spiegato come si deve leggere Omero, ci accompagna nella reggia degli antichi sovrani recentemente scoperta dagli archeologi e battezzata Palazzo di Odisseo, dove si sofferma nella sala in cui i proci banchettavano e l'eroe con suo figlio Telemaco li sterminò. Questa la cifra di Entra di buon mattino nei porti. Un gioco sul campo di rimandi fra memoria e vissuto, fra lontano e vicino, con molta malinconia, «come spesso accade in Grecia: malinconia per una grandezza prigioniera di un passato lontano, finita per sempre» secondo un destino ineluttabile che inseguiva i suoi antichi eroi e che affiora ancora sulle labbra di un rassegnato contadino in cui Zanetto s'imbatte oggi in aperta campagna. Giuseppe Zanetto, Entra di buon mattino nei porti, Bruno Mondadori, Milano, pagg. XIV-160, 16,00