Nel Sudtirolo la tradizione dell'orto non si è spezzata. Qui le contadine non hanno mai smesso di prendersi cura di quei quadrati di terra recintati ma dalla frontiera permeabile con la vegetazione spontanea tutto intorno. Per chi passeggi d'estate in montagna, questi orti, con botti e mastelli pieni d'acqua ferma per innaffiare, e le recinzioni realizzate senza chiodi secondo uno dei nove tipi canonici, smorzano le asperità alpine con la loro presenza familiare. Per quasi l'intero anno domina un paesaggio immacolato, ma nella breve stagione che da maggio si spinge fino a settembre, sbocciano per la cura di contadine orgogliosamente autosufficienti, al punto da non cedere alla tentazione delle bustine e continuare a produrre da sole le sementi, così da non perdere nulla del patrimonio botanico locale. Questo richiede pazienza e costanza. Delle varietà più resistenti e saporite non raccolgono tutto, così da lasciar fiorire e andare a seme. In Südtiroler Paradies Michela Pasquali esplora una vicenda di grande interesse non solo orticolo, ma anche antropologico, storico, umano e paesaggistico. Prende le mosse da un'osservazione di Claude Levi Strauss: solo i contadini, per il loro diretto e quotidiano contatto con la natura, sanno di non poterla violentare, ma di doverla invece capire con pazienza, sollecitare con precauzione, se non addirittura sedurla con la pratica ognora rinnovata di una familiarità ancestrale fatta di cognizioni, ricette a abilità manuali trasmesse di generazione in generazione. E qui, nella terra dove una legge del 1948 tornava a tutelare il maso chiuso a scanso di frammentazioni ereditarie lesive della produzione agricola, e la memoria di generazioni germaniche risale almeno al VI secolo, contadini partecipi della vita politica fin dal Quattrocento custodiscono una tradizione orticola codificata nella svizzera Abbazia di San Gallo nel IX secolo. Ogni orto è specchio fedele di chi se ne prende cura: alcuni in spirito meramente utilitaristico, altri con maggiore passione per i fiori. Attenzione, però: anche quando zucchine bietole e lattughe siano sommerse tra zinnie e dalie, delphinium ed echinacee, non di sola bellezza si tratta, ma dei rimedi semplici di una farmacopea domestica. D'inverno gli orti scompaiono in un paesaggio immacolato per riaffacciarsi a maggio e durare non molto oltre settembre. Sono loro i veri giardini di montagna, trionfi gioiosi di fiori e foglie intenti a bearsi della luce del sole. Al Sud invece, nel torrido clima mediterraneo, nel giardino si cerca il ristoro dell'ombra. È un modo radicalmente altro di pensare le ore all'aria aperta. Adesso GardMed, network nato da una idea di Stena Paternò e Rosario Sapienza, ha ottenuto un finanziamento europeo per promuovere la salvaguardia dalle speculazioni edilizie di alcuni dei più bei giardini di Sicilia e di Malta, con l'intento di estendere progressivamente la rete a Giordania, Palestina, Grecia e Spagna. Si tratta di un lavoro in corso in cui saranno coinvolti istituzioni ed enti pubblici, dagli esiti quindi non agevolmente prevedibili in tempi e modalità. Considerati da amministrazioni miopi alla stregua di costi anziché risorse preziose, i giardini del Meridione costituiscono una fonte inesplorata di ricchezza culturale e botanica. Le piante mediterranee non sono infatti tutte originarie del nostro bacino, ma anche di altre zone climatiche affini, dal sudafricano fynbos al chaparral californiano, dall'australiano mallee al matorral cileno. La sfida è infondere nuova vita a questi troppo trascurati paradisi legando la loro sopravvivenza a uno sviluppo locale sostenibile, impegnandosi per esempio nella formazione di personale in grado di prendersene cura. Spiega Stena Paternò che il Sud non ha più una tradizione di giardinieri, non esiste una scuola di giardinaggio professionale e le società, municipalizzate incluse, offrono posti di lavoro senza richiedere giardinieri professionisti: anche perché non ne esistono. E i giardini, indifesi, finiscono più strapazzati che curati. Ci sono ragazzi volenterosi che dalla Sicilia vanno a Monza alla scuola del Parco Agrario, ma non sono più di un paio l'anno in media e lì non hanno modo di specializzarsi quanto starebbe loro a cuore; per questo GardMed prevede un corso per giardinieri mediterranei dove i discenti, per lo più operatori già assunti in parchi, orti botanici e giardini della rete siciliana e maltese, saranno coordinati dalla responsabile Rachel Lamb. In una proposta di percorso formativo che si spera approdi alla creazione di una vera e propria scuola. Intanto su www.gardmed.org troviamo i primi quindici giardini messi in rete, già visitabili quindi quest'estate: dagli affascinanti maltesi alla Villa Comunale di Palazzolo Acreide, dall'orto botanico di Catania, coi vari paesaggi naturali siciliani, al ragusano parco di Donnafugata, fino a villa Reimann, dove Lady Christine, nobildonna danese, piantò tra resti archeologici bizantini e greci essenze poco consuete come il messicano sapote o Casimiroa edulis, il cespuglio africano del latte Synadenium grantii, il fragrante Syzygium cuminii. Certi giardini sono aperti, per altri bisogna prendere appuntamento telefonando ai numeri indicati sul sito, come per il bellissimo giardino del Biviere (incluso anche nel circuito di Grandi giardini italiani) una perla che ricordo incastonata, anni fa, in un paesaggio di discariche. Südtiroler Paradies orti di montagna, a cura di Michela Pasquali, Linaria, pagg. 158, 28,00; GardMed sarà presentato al Festival letteratura di Mantova il 6 settembre 2012
Sudtirolo - Orti ben esposti
Nel Sudtirolo, le contadine mantengono viva la tradizione dell'orto, con orti recintati ma con frontiera permeabile con la vegetazione spontanea. Questi orti sono un paesaggio familiare per chi passeggi in montagna, con botti e mastelli pieni d'acqua e recinzioni senza chiodi. Le contadine curano questi orti con pazienza e costanza, lasciando fiorire e andare a seme le varietà più resistenti e saporite. Un'osservazione di Claude Levi Strauss sottolinea l'importanza del contatto con la natura per i contadini, che devono capire e sedurare la natura con pratica e cognizioni trasmesse di generazione in generazione.
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Bene culturale
Luogo