C'è qualcosa di incomprensibile se - notizia di questi giorni - un giovane, brillante laureato bellunese è costretto a trasferirsi in Inghilterra per mettere in pratica i suoi studi sulla tutela del patrimonio ambientale. Qualcosa ci sfugge se in un Paese come l'Italia - che deve la sua fama e gran parte della sua ricchezza, alla cultura, al paesaggio e a tutto ciò che è bello (valore annuo stimato 74 miliardi) - Pochissimi, anche in Veneto, credono che sia conveniente investire in «cultura». Aggiungiamo che fa addirittura rabbrividire la constatazione che per l'ennesima volta nella recente cosiddetta «spending review» si sia ritenuto che verrà un miglioramento alla difficile situazione economica italiana (-18 mld bilancia commerciale previsioni 2012 del «Financial Times»), riducendo ancora le spese per la cultura, l'ambiente e il territorio. La «cultura» - intesa, in senso lato, come la nostra propensione a trasformare il territorio e la realtà circostante - finisce sempre nella colonna delle sottrazioni, come fosse un lusso da tosare in tempi di crisi. E di sicuro sarà un problema di debolezza della cultura, debole sul piano politico, più che su quello che economico e i cosiddetti intellettuali farebbero bene a recitare il mea culpa per non essere riusciti a far capire il senso di ciò che fanno. Ma qualche responsabilità andrà poi certamente alla nostra politica e alle nostre imprese, che sembrano non voler cogliere il mutamento dei tempi e non si accorgono che i paesi più ricchi (di denaro, ma più poveri di eredità culturali) da anni investono in ambiente, territorio e cultura. Così nel frattempo il nostro giovane bellunese se vorrà viver con quello che ha studiato, dovrà andare a offrire i suoi servigi a vantaggio del verde di Kensington, non di quello del Cansiglio. Debolezza della cultura o cultura della debolezza? Da un lato pensiamo che la cultura sia un peso, nella migliore delle ipotesi un optional con il quale «abbellirci» quando tutti gli altri bisogni siano già stati soddisfatti. Dall'altro confidiamo che solo la vecchia economia basata sull'industria manifatturiera o peggio sui giochini finanziari sia in grado di produrre benessere. E dimentichiamo che parte ragguardevole dell'economia veneta è debitrice al turismo, all'ambiente, alla cultura in generale. Ci scordiamo che il benessere delle comunità oggi si basa sempre più su una rete di attività, culturali, sportive e ricreative, fondate sulla partecipazione sociale e sull'intelligenza di finanziatori pubblici e privati, capaci di comprendere l'utilità economica degli investimenti sociali. Ci illudiamo di poter produrre benessere sempre con le stesse ricette, tagliando là dove invece bisognerebbe investire, replicando un modello economico ormai consunto. Intanto i nostri beni artistici languono nei depositi, illustri monumenti contemplano la propria decadenza, ville e castelli aspettano fondi che non arriveranno, libri e preziosi documenti finiscono nel dimenticatoio. Le società sportive, le associazioni benefiche e volontarie rischiano di chiudere per assenza di finanziamenti. E nel frattempo un numero sempre crescente di giovani vaga inoccupato o sottoccupato, in attesa degli sbocchi tradizionali che non torneranno più. Sembrano due mondi, quello del lavoro e quello della cultura, che, come Renzo e Lucia, attendono di sposarsi, ma qualcuno insiste a dire che questo matrimonio non s'ha da fare.