Dalla rivoluzione industriale che ne fece il motore dell'Italia al boom del terziario che la trasformò in capitale dei servizi Ecco il testo che lo scrittore ed ex assessore comunale alla Cultura Salvatore Carrubba leggerà stasera alla Milanesiana, la rassegna di letteratura, musica, teatro, scienza e cultura e diretta da Elisabetta Sgarbi. La perfezione è un obiettivo irraggiungibile, non una condizione irrevocabile. Essere perfetto, si sa, non è di questo mondo: ed è ammirevole lo sforzo di chi, sapendolo, cerca di attenuare giorno per giorno la propria imperfezione. Per riuscirci, deve aggrapparsi a un'idea di etica, che può essergli offerta da una religione, un'ideologia, il proprio senso di responsabilità e il rispetto per gli altri. Terribile è la presunzione di chi ritiene di potere imporre agli altri la propria idea di perfezione. Dal perfettismo non possono che nascere guerre di religione, totalitarismi, gulag e lager. Il Novecento ha pagato a duro prezzo l'illusione nefasta della perfezione di stato. La società meno imperfetta che si possa realizzare, perciò, è quella consapevole di non poter imporre alcun paradiso in terra, e capace piuttosto di costruire un equilibrio in cui le imperfezioni dei singoli possano coesistere senza travolgere tutto il sistema e motivare alla ricerca del bene comune. L'espressione più elementare e sentita del vivere sociale dopo la famiglia, ossia la città, non sfugge alla regola. La "città ideale" è una tavola incantata del museo di Urbino (e di Baltimora) che ci affascina proprio perla sua astrazione: non a caso, nel suo nitore geometrico e nell' equilibrio architettonico non c'è spazio perla persona, quasi questa fosse un accidente la cui fatale imperfezione guasterebbe l'idealità del modello. Che differenza col ritratto di Siena nelle due versioni del buono e del cattivo governo: lì le persone pullulano, nella consapevolezza di essere protagoniste e artefici della storia, nel bene e nel male, e non pedine nelle mani della guida sapiente di turno. Tocca a loro decidere quale modello abbracciare, e affrontarne le conseguenze. La perfezione dell'utopia realizzata conduce fatalmente alla disperazione dei suoi abitanti. Accettare l'imperfezione del mondo, rifuggendo le scorciatoie autoritarie per raddrizzare quel "legno storto" che è l'uomo, non significa rassegnarsi alla vittoria del male, ma anzi è la motivazione più efficace per cercare rimedio non nella perfezione dei modelli astratti ma nell'impegno per migliorare le cose giorno per giorno, ciascuno per quello che può e fin dove può. Perciò, si alimentano nel perfettismo le rivoluzioni, che accettano la cecità fatale della violenza come prezzo indispensabile per rifare i conti con la storia. Di riforme è intessuta la trama faticosa della politica nelle società liberali e democratiche, ben consapevoli che la storia non ha fine, e che l'intraprendenza umana (dalle imprevedibili direzioni, anche morali) non permette di configurare destini fatali e mete sicure. Milano è città sapientemente imperfetta. Solo Bonvesin de la Riva poteva illudersi del contrario. E imperfetta non già, banalmente, perché consapevole di essere meno bella (ancorché possa risultare ugualmente affascinante) di tante altre metropoli e città; ma perché costantemente al crocevia della storia e del cambiamento, e dunque sottoposta ai continui traumi che dominano una società senza requie. La nostra generazione ha vissuto almeno due di queste trasformazioni epocali: la prima, quando Milano diventò crocevia del boom industriale, convertendosi in motore economico e produttivo del Paese e della sua impetuosa trasformazione; la seconda, quando le fabbriche si spensero e la città si trasformò, silenziosamente e autonomamente, in grande centro dei servizi, della finanza e della creatività. Entrambi i processi non furono indolori, naturalmente: e la grande letteratura e filmografia neorealista, e non solo, ci hanno lasciato una testimonianza straordinaria di quei tormenti che attraversarono tagli anni '50e '60 individui, famiglie, partiti, sindacati e contribuirono a costruire una Milano inquieta fino al cedimento e alla complicità finale nei confronti della violenza esplosa a cavallo degli anni '70. Ma dentro questa Milano difficile e contraddittoria generazioni di nuovi milanesi trovavano il benessere ed entravano nella modernità, assistiti da una cultura complessiva di stampo riformista che si traduceva in un'idea di città decente e mediamente accogliente. Una cultura e una politica che davano forma a quella "ingegneria sociale a spizzichi" che sarebbe piaciuta a Popper. Il che non toglie che sia intessuta di pagine nere anche la storia di Milano: della violenza diffusa, ho detto; ma che dire, considerando, per esempio, quell'attimo della sua storia che segna l'avvento del Novecento, delle cannonate di Bava Beccaris, plaudite dai benpensanti, o del fascismo, incoraggiato qualche anno dopo dal loro giornale? E come trascurare quella degenerazione partitocratica che fece schiantare l'illusione di una Milano modello, di una Milano appunto perfetta? No, neppure a Milano appartiene la perfezione. Ma la sua saggezza sta nelle sue radici, che non affondano nella reazione, ma nei Lumi. E dunque nella diffusione trasversale di una cultura riformatrice che ha segnato le grandi famiglie politiche, fin quando queste sono esistite. E così che la città aveva saputo farsi modello per l'Italia, accogliendo integrando quanti vi arrivavano per realizzare una speranza di vita, cambiando con essi, rinunciando a imporre il proprio modello di perfezione. E sarebbe nell'inseguimento di una perfezione ideale, immaginata a tavolino, che Milano oggi rischierebbe di perdere se stessa, rinunciando a conoscere grandi cambiamenti che giorno per giorno alimenta. Accettarsi nella propria complessità significa, in primo luogo, riconoscere i propri limiti, rinunciando a una astratta idea di perfezione, spesso immaginata, tra l'altro, per una città lontanissima da quella attuale per vocazione e composizione sociale. Integrare i non milanesi, assicurare prospettive di vita ai giovani, digerire le nuove realizzazioni urbanistiche: ecco materia sufficiente per alimentare non la ricerca di una perfezione irraggiungibile ma, semplicemente, lo sforzo quotidiano e condiviso di una città migliore per tutti. Salvatore Carrubba CHI E'. Giornalista e docente Salvatore Carrubba è stato direttore della Fondazione Luigi Einaudi dal 1978 al 1990. Dal 1993 al 1996 direttore del (Sole-24 Ore), nel 1997 è stato assessore alla Cultura. Oggi è presidente dell'Accademia di Brera