Non solo Pompei. E non solo il Sud. La crisi dei beni culturali nel nostro Paese va oltre i nomi più noti e le aree geografiche considerate più a rischio, investendo i grandi siti archeologici come le città d'arte. Colpisce insomma il cuore della nostra cultura. Che si disgrega, giorno dopo giorno, insieme alle nostre rovine. L'elenco delle cose che non vanno è lungo: musei chiusi, aree segnate dai crolli, opere d'arte danneggiate dall'incuria, progetti avviati e mai finiti. Difficile sperare in un'inversione di tendenza in un'Italia che destina al settore cultura 1,4 miliardi, lo 0,19 per cento del Pil. Meno di un terzo degli altri Paesi europei. L'allarme è arrivato persino a Torino, ex città industriale che ha puntato molto sulla riconversione nella cultura. Il 18 marzo scorso, infatti, alla serata di chiusura di una delle più importanti pinacoteche italiane, la Galleria Sabauda (che sarà trasferita, entro il 2014, nella Manica Nuova di Palazzo Reale), il caldo era soffocante e in molti hanno notato problemi alla collezione. «Nelle sale del museo l'afa e l'umidità erano insostenibili» dice lo storico dell'arte Enrico Castelnuovo. «Sulle opere si vedevano scollamenti della superficie pittorica e alcune pezzette messe in fretta e furia per tamponare». La soprintendente Edith Gabrielli al telefono nega tutto, il direttore regionale Mario Moretta ridimensiona ma ammette: «Il problema è durato un giorno e mezzo, non ha provocato danni ed è stato risolto». A volte, la cattiva tutela si affianca alle catastrofi naturali il terremoto in Emilia ha danneggiato molti campanili. Che poi sono stati rasi al suolo per ragioni di sicurezza. Secondo gli esperti, con troppa fretta. A Poggio Renatico e Buonacompra ora la campana tace. E sono sparite anche le ciminiere di Bondeno e del Molino Parisio a Bologna, esempi di archeologia industriale. «Dopo il terremoto nel Reggiano del 1996, i campanili di Correggia, Villa Sesso, Bagno in Piano, simili a quello di Buonacompra, furono messi in sicurezza e salvati. Ora lo smantellamento della tutela sta provocando un disastro del patrimonio: il ministero, nei fatti, non c'è più, mentre la Protezione civile si occupa solo di sicurezza» spiegano l'ex sovrintendente Elio Garzillo e l'urbanista Pier Luigi Cervellati di Italia Nostra. Ma anche quando non c'è il terremoto bastano l'uomo e la mancanza di risorse a fare danni. Per dire, a Venezia, se la Galleria dell'Accademia è sempre aperta, Ca' d'Oro e Palazzo Grimani sono a orario dimezzato per mancanza di personale. Lo scorso agosto una perdita d'acqua allagò il loggiato della Pinacoteca di Brera. E nel cantiere infinito dei Grandi Uffizi a Firenze si è esercitata la «cricca» dei vari Ralducci e Anemone. A Roma a soffrire è soprattutto l'area archeologica centrale. «Lo scorso autunno le piogge hanno fatto straripare le fogne abusive che finiscono nell'antica Cloaca Massima e il Foro è stato inondato dai liquami» spiega Maria Grazia Filetici, responsabile di opere di consolidamento sul Palatino ispirate alle tecnologie antiche. Al Palatino, d'altro canto, rimangono aree tutte da investigare e altre che possono essere spazzate via da una frana da un momento all'altro. «I restauri richiederebbero molto di più dei 30 milioni arrivati finora» spiega Mietici, autrice di un appello al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per la dignità del lavoro nel settore (a cominciare dagli stipendi). A volte, anche se di rado, il problema non sono però i finanziamenti. «Per colpa del blocco del turnover c'è carenza di tecnici. Si rischia così di perdere finanziamenti, di mandare avanti progetti superati o di demotivare i privati» racconta Giuseppe Morganti, che scava nella Domus 'liberiana', sul Palatino. In effetti l'area è piena di cantieri avviati e mai finiti e di zone restaurate di nuovo a rischio per mancanza di manutenzione. Altro punto dolente è l'Archivio centrale dello Stato: praticamente la memoria della nazione. Una mostra di qualche tempo fa ha «svelato» depositi semiabbandonati, con zone funestate dalle infiltrazioni di acqua e molti documenti danneggiati. l Archivio è in affitto dall'Ente Bur, proprietario del palazzo: per il 2012 pagherà sette milioni di euro. Andiamo al Sud. Precisamente nell'Anfiteatro Flavio di Pozzuoli, costruito nel primo secolo dopo Cristo. Per terra alcuni blocchetti caduti da una delle tante volte. Nulla di irreparabile, certo, ma un nuovo segno di uno stillicidio quotidiano. E se i sotterranei della cavea sono in buono stato (grazie ai fondi Ue), il resto della struttura è in condizioni disastrose, con le volte puntellate alla meno peggio. Un piccolo museo allestito all'interno è una rovina nella rovina, con re-certi coperti di polvere, animali morti e cannelli deteriorati. Se si aggiunge che nel giorno della visita il sito è chiuso per mancanza di custodi - con scolaresche venute per niente che protestano fuori lai cancello - il quadro è completo. Né la situazione é molto diversa nel Rione Terra, il centro storico di Pozzuoli, svuotato a scavato: doveva diventare un polo turi-stico e invece è una città spettrale. «Le risorse sono inadeguate» spiega la soprintendente archeologica di Napoli Pompei Teresa Elena Cinquantaquattro. «Con venti milioni l'anno, la metà in spese fisse, cosa possiamo fare?». Anche se non consideriamo Pompei, i soldi restano pochissimi: solo il recupero del-l'Anfiteatro di Pozzuoli richiederebbe sei milioni di euro. Un'altra decina servirebbero per Cuma, «mangiata» dalle acque marine. Senza parlare del Castello di Baia, la cui costruzione fu avviata dagli Aragonesi nel 1495, consacrato nel 2008 . S ANf' TEATRO Fl AVO A?OZLUOLI «il più bel nuovo museo d'Italia» ma in attesa di essere completato, con il mastici incastonato nella villa di Giulio Cesare che cade in rovina. La direttrice Paola Miniero, uno stipendio di 1700 euro al mese per un lavoro con responsabilità civili e penali, spiega: «Per avere dei restauratori, abbiamo fatto contratti di "monitoraggio conservativo". E oggi, in pratica, se un custode va in pensione, chiudiamo». A qualche chilometro c'è la Piscina Mirabilis (il serbatoio terminale dell'acquedotto augusteo): l'ottantenne signora Giovanna custodisce, per 360 euro netti l'anno, le chiavi del sito. Il giorno della nostra visita, però, è tutto chiuso. E lei, alle prese con una tlebite, urla da lontano verso chi la disturba. L'emergenza culturale di Napoli città è invece soprattutto quella dei beni artistici. Il soprintendente Fabrizio Vona racconta che può contare solo su 25 storici dell'arte che, assicura, «lavorano giorno e notte». Come Serena Mormone, direttore del Gabinetto dei disegni e del- In autunno nel Foro romano sono arrivati illiquarni usciti dalla Cloaca Massima le stampe, curatore del fondo grafico dell'Accademia, responsabile dei depositi esterni e di più di una chiesa, che al museo di Capodimonte gestisce le collezioni di Ottocento e Novecento. Vona ci racconta delle finestre rattoppate e delle infiltrazioni d'acqua piovana a Villa Fioridiana, che ospita una collezione di ceramiche tra le più belle del mondo. Poi ci mostra i sotterranei gotici della Certosa di San Martino, museo dimenticato della scultura napoletana dove le opere giacciono in mezzo a erbacce, calcinacci e umidità. Senza contare molte delle duecento chiese del centra Troppe per un bilancio di 3,7 milioni l'anno, che se ne vanno per la metà in bollette. Basta entrare nel cinquecentesco Sacro Tempio della Scorziata per rendersi conto della devastazione: spazzatura, topi e puzzo di fogna. Il sacro è decisamente profanato. «Il ministero dei Beni culturali ha interrotto il passaggio generazionale delle conoscenze con un blocco del turnover che dal 2001 al 2011 ha visto il passaggio da 25 mila a 18 mila dipendenti. Oggi rimangono troppi amministrativi e non abbastanza tecnici. Poi, una volta il ministero lavorava con le soprintendenze, oggi contro di esse» conclude Vona. Il viaggio finisce a Napoli ma potrebbe concludersi a Palermo o a Reggio Calabria, dove i bronzi di Riace giacciono ancora su due lettini, in una saletta di Palazzo Campanella, in attesa dell'apertura del Museo per 150 anni dell'Unità d'Italia (e siamo già all'anno numero 151).
la Repubblica
13 Luglio 2012
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IL CROLLO. COSI VA IN ROVINA LA NOSTRA CULTURA
MA
Maria Pia Guermandi
la Repubblica
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