ROMA. È necessario raddoppiare le risorse per la cultura, portandole dall'attuale 0,17 del Pil almeno allo 0,30-0,50, come già adesso fanno altri Paesi europei che pure hanno un patrimonio monumentale inferiore a quello italiano. L'appello è stato lanciato ieri dal ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, durante la prima giornata delle "Città della cultura", la conferenza nazionale degli assessori alla Cultura e al turismo. Le nuove risorse devono servire, ha sottolineato Urbani, per valorizzare i beni artistici e archeologici, con la consapevolezza, però, che i nostri tesori sono una formidabile fonte di attrazione turistica, in grado di dirottare i flussi di visitatori verso mete che non siano le solite sei città d'arte. «Da noi i prezzi sono più alti e possiamo giustificarli ha spiegato il ministro solo offrendo bellezze e prodotti che altri non hanno: i monumenti, il paesaggio, la gastronomia. Una spiaggia si può assimilare a un'altra, ma il barocco leccese esiste solo a Lecce. Così come i bronzi di Riace solo nel museo di Reggio Calabria». «Per arrivarci ha replicato Maurizio Beretta, direttore generale di Confindustria bisogna però finire di costruire l'autostrada Salerno-Reggio. D'accordo che il turismo sia l'unica impresa che non si delocalizza, ma per farlo diventare protagonista dell'industria nazionale è necessario entrare in una logica di sistema: possiamo anche vantare monumenti meravigliosi, ma se appena usciti dagli scavi di Pompei non si trova un albergo o se manca una rete aeroportuale o stradale adeguata per raggiungere le città d'arte, si fanno pochi progressi». Un altro aspetto su cui Beretta ha insistito è quello della cultura d'impresa. «Bisogna fare un salto di qualità ha affermato introducendo anche nel settore del turismo culturale la meritocrazia, la cultura della concorrenza e dei risultati. Altrimenti non si va da nessuna parte». L'esigenza di un cambiamento di prospettiva è stata evidenziata anche da Maurizio Barracco, presidente di Federculture, secondo il quale la stagione dell'economia dei beni culturali, «quella in cui si è enfatizzato l'intervento dei privati nella gestione dei musei e dei teatri», è conclusa. «Sappiamo tutti ha aggiunto Barracco che la quota di autofinanziamento delle gestioni, grazie alla vendita di biglietti e servizi, raramente supera il 30 del bilancio». È partendo da questa nuova prospettiva che bisogna, secondo Barracco, rilanciare la collaborazione tra Stato, Regioni, enti locali e imprese, con l'obiettivo di accelerare la crescita delle quote di turismo culturale, che pure aumentano di anno in anno. A proposito delle gestioni pubblico-private dei beni culturali che, a livello locale, sono circa 350 il ministro Urbani si è soffermato sulla questione del contratto di lavoro dei dipendenti, in particolare di quelli delle Fondazioni, come l'Egizio, che ha fatto da battistrada per una nuova forma di connubio Stato-impresa. «In casi come quelli del museo torinese ha spiegato Urbani i lavoratori che erano già in attività possono scegliere se restare nel regime pubblico o passare a quello privato. Chi, invece, è stato assunto dalla Fondazione diventa un dipendente privato e il contratto che si deve applicare è quello del commercio».
Raddoppiare la spesa in cultura
Il ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, ha lanciato un appello per raddoppiare le risorse per la cultura, portandole dall'attuale 0,17 del Pil almeno allo 0,30-0,50. Ciò sarebbe necessario per valorizzare i beni artistici e archeologici e per attrarre più visitatori. Urbani ha sottolineato che i nostri tesori sono una fonte di attrazione turistica e che i prezzi sono più alti rispetto ad altri paesi europei. Ha anche spiegato che bisogna costruire l'autostrada Salerno-Reggio per raggiungere le città d'arte e introdurre la meritocrazia nel settore del turismo culturale.
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