Il testo scritto dal grande storico del restauro in occasione del terremoto campano del 1980 è purtroppo ancora attuale: una conferma, secondo Bruno Zanardi, di ritardi ed errori sul fronte della prevenzione del patrimonio a rischio sismico URBINO. Il testo che qui si ripubblica fu scritto da Giovanni Urbani subito dopo il 23 novembre 1980, giorno in cui un terribile terremoto causò quasi tremila morti in Irpinia. Da allora sono passati 32 anni. Ma lo stesso testo si potrebbe scrivere, oggi, da uno dei paesi dell'Emilia usciti semi-distrutti dal terremoto del 20 maggio. Cosa significa tutto questo? Semplicemente che, da allora a oggi, non è stato fatto nulla o quasi circa la prevenzione del patrimonio edilizio, monumentale e non, esposto al rischio sismico. In pratica, tutto quello del Paese. Ciò che trasforma lo scritto di Urbani, allora direttore dell'Istituto centrale del restauro (Icr), in un pesantissimo atto d'accusa alle istituzioni del nostro Paese preposte alla protezione dei cittadini in materia di rischi ambientali. Un J' Accuse reso ancora più inappellabile dal silenzio di tomba in cui furono fatti cadere i due progetti operativi per la conservazione del patrimonio artistico in rapporto ai rischi ambientali (sismico e idrogeologico in primis) prodotti dal l'Icrdi Urbani nel 1976 e nel 1983. Rispettivamente, nel 1976, il «Piano pilota per la conservazione programmata dei beni culturali in Umbria»; nel 1983, «La conservazione preventiva del patrimonio monumentale dal rischio sismico». Progetti caduti nel nulla per il formidabile ritardo intellettuale di professori universitari e soprintendenti circa i temi della conservazione materiale del patrimonio artistico. Il ritardo attestato, sia dall'irresponsabile stroncatura del «Piano» umbro del 1976 uscita su «l'Unità» a firma d'un professore universitario, Mario Torelli, che lo definì «un progetto di bassissimo livello culturale e largamente disinformato, un preciso attentato alle proposte avanzate dalle forze di sinistra», sia da come il progetto del 1983 di Urbani venne accolto dal soprintendente a cui ne veniva annunciata la pubblicazione: urlando formule scaramantiche, toccandosi e facendo le corna (devo l'aneddoto a Massimo Ferretti). Con l'aggravante che quel professore universitario e quel soprintendente sono stati entrambi, per decenni,e finoa ieri, membri del Consiglio superiore dei Beni culturali, cioè del massimo consesso tecnico-scientifico italiano in materia di tutela. Due vicende esemplari,che attestano la ragione del generale ritenere, le istituzioni, che principale rimedio contro terremoti e inondazioni sia attaccarsi prontamente a un corno. Una speranza costata negli ultimi 40 anni allo Stato (a noi, non al professore e al soprintendente) 137 miliardi (137 miliardi) di euro in spese di riparazione. Un solo esempio. Negli anni '90 del secolo scorso, l'Icr (ma non quello di Urbani) conduce un lavoro di revisione del restauro degli affreschi della Basilica di Assisi, non dando però importanza alcuna al fatto che il monumento (la Basilica di Assisi!!!) sia posto in una zona ad alto rischio sismico, quindi senza preoccuparsi di elaborare un piano di conservazione preventiva del monumento da quel rischio. Evidentemente confidando nel corno. Risultato di questa fiducia? Che nel 1997 un terremoto fa cadere parte della volta della Basilica superiore, causando quattro morti e la perdita di alcune pagine di centrale importanza per la civiltà figurativa dell'Occidente. Azione prodotta dall'Icr per farsi perdonare di un danno che, in una qualsiasi industria privata, sarebbe costato un licenziamento generalizzato dei responsabili del lavoro? L'esecuzione, nel 2006. del restauro d'una perduta zona della Basilica dipinta in origine da Cimabue, restituendola in un'immagine priva di qualsiasi senso critico, storico. estetico e figurativo. Soluzioni a tutto ciò? La prima e principale, è che l'Italia smetta d'essere il Paese della «speranza nel corno». Quindi trovi il coraggio morale, civile ed etico di aprire una speciale «questione meritocratica». Quel che sembra aver fatto il presidente Napolitano il quale, in visita ai luoghi del terremoto, ha parlato della mancata prevenzione come di «un delitto». Possibile che dagli anni '80 in poi si siano adottati (per un certo periodo addirittura ex lege) rimedi antisismici sbagliati, vale a dire l'aggiunta di un cordolo in cemento armato alla sommità delle murature che, in caso di sisma, non ha ridotto i danni, ma li ha aggravati? Possibile che lo stesso pericoloso cordolo si trovi ancora oggi in opera nella Cappella degli Scrovegni e che I'Icr, nel 2002, abbia solo pensato a eseguire il restauro estetico degli affreschi, senza prendere in esame questo decisivo problema di sicurezza? Possibile che il Castello de L'Aquila, restaurato con spese altissime dalla locale Soprintendenza, sia il monumento cui il terremoto ha recato più danno e che il centro storico della città, a tre anni e oltre dal 2009, giaccia abbandonato a se stesso? Possibile che tanti dei capannoni industriali di Cavezzo, Finale, San Felice e così via, pur se costruiti pochi anni fa (e collaudati!) siano crollati a terra come altrettanti castelli di carte? Possibile che i monumenti di quegli stessi luoghi caduti a causa del terremoto, non siano quelli su cui, da decenni, non si conduceva irresponsabilmente manutenzione alcuna, ma anche molti degli altri restaurati dalle Soprintendenze? Possibile che un soprintendente in pensione faccia oltrettutto la faccia feroce, quasi lui venisse da Marte? Possibile che tutto quanto interessa il bene comune debba,da noi,essere amministrato esercitando sui cittadini una violenta e umiliante miscela d'incompetenza, inefficienza, furbizia, corruzione, Inganno, illegalità e demenza?
Il Giornale dell'Arte
11 Luglio 2012
TERREMOTO - Dall'Irpinia all'Emilia, nulla è cambiato
BR
Bruno Zanardi
Il Giornale dell'Arte
Il testo è un articolo di giornale che esamina la prevenzione del patrimonio a rischio sismico in Italia. Il testo è scritto da Giovanni Urbani, direttore dell'Istituto centrale del restauro (Icr) nel 1980, e descrive i ritardi e gli errori nella prevenzione del patrimonio a rischio sismico. Il testo attacca le istituzioni italiane per aver fatto poco o nulla per prevenire danni ai monumenti e ai beni culturali. Urbani accusa i professori universitari e i soprintendenti di aver fatto "corno" e di aver prioritizzato la conservazione estetica piuttosto che la sicurezza.
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