Chiedo a «la Repubblica» di potere di nuovo intervenire sulla vicenda di Palazzo Gualino. Prima di tutto con una precisazione. Quello pubblicato a mio nome il 5 luglio, è un testo che ho avuto la responsabilità finale di stendere, ma è soprattutto un appello pubblico rivolto alla città di Torino e alla pubblica opinione, che sta raccogliendo adesioni in tutta Italia da parte di persone e personalità diverse. Desidero però rispondere a quanto scritto il 6 luglio sul giornale sia dallarch. Armando Baietto, progettista, sia dallassessore allurbanistica del Comune, Ilda Curti. Baietto sostiene che gli altri non conoscono né la storia della città né il suo progetto. Dovrebbe avere qualche cautela e pudore in più. Possiamo assicurargli di conoscere il progetto a sufficienza, noi e tanti altri, per poterlo giudicare, dato che è sbagliato nella logica, nei presupposti e nelle scelte particolari. Sventra e distrugge (come è scritto) per realizzare tre piani sotterranei di parcheggi con 80 box, e «35 unità immobiliari con appartamenti di vario taglio che andranno da 60 a 400 mq per un totale di circa 3.500 mq», ciascuno con servizi e impianti. Baietto parla di «rifunzionalizzazione». Diamo per scontato che gli edifici hanno una loro vita e devono poter essere «riusati» e riadattati. Ma devono essere riusati e riadattati prevedendo funzioni compatibili: e le funzioni inserite in palazzo Gualino non sono compatibili, perché suppongono lo sventramento, non importa se «restaurando le facciate» e qualche brano isolato. Palazzo Gualino dovrebbe essere conservato con delicatezza e sapienza, riportandovi gli arredi ancora esistenti e destinandolo di nuovo a uffici o meglio ad edificio pubblico: cose che a Baietto non è consentito fare per il mandato che ha ricevuto e che per etica professionale avrebbe dovuto rifiutare. Consentirà lassessore Ilda Curti che venga espresso dissenso anche rispetto alle sue posizioni e in generale alle politiche del Comune. Sono due le questioni. La prima è quella della dismissione e in realtà della svendita del patrimonio immobiliare del Comune. So bene, e sappiamo tutti, che i Comuni versano in una situazione economica drammatica, e come farvi fronte è questione che nessuno può permettersi di ignorare. Voglio solo osservare che altre amministrazioni, che versano in difficoltà pari a quelle di Torino, hanno scelto altre strade e altre politiche: il che dimostra che altre politiche sono possibili. Ma vè un altro piano di considerazioni. Credo abbia ragione Elisabetta Margiotta Nervi, figlia di Pierluigi Nervi, quando associando il Palazzo del Lavoro di Nervi e Palazzo Gualino, parla di una «procedura standard (da) adottare per un percorso di condivisione del progetto di riconversione di un edificio moderno o contemporaneo, nel rispetto dellopera originale, che deve essere prioritario e imprescindibile». Cosa che né Comune né Soprintendenza hanno fatto in passato e che ancor oggi continuano a non fare. Sbaglia lassessore a pensare che ci sia una alternativa così secca e manichea tra «rigenerare in chiave contemporanea luoghi», da un lato, e «congelare immutabili nel tempo e vuoti di funzioni oggetti bellissimi», dallaltro. Sbaglia a non accorgersi non solo che ci sono tanti modi di «rigenerare» gli edifici, ma che la parola è diventata spesso la maschera dietro cui si nascondono gli interventi brutali e sommari promossi dagli interessi immobiliari. Ringrazio infine, malgrado il dissenso profondo, sia larchitetto Baietto che lassessore Curti. Lautore è docente al Politecnico di Milano e ha insegnato al Politecnico di Torino