Il baratro che separa le risorse statali da quelle per le fondazioni Il motivo della disparità è che teatri lirici o festival possono decidere i propri emolumenti in nome della managerialità Bisognerebbe porre un limite ai compensi dirigenziali e un tetto che valga per i doppi e i tripli incarichi Paradossi Il direttore artistico della Scala percepisce un milione di euro l'anno e il direttore degli Uffizi 1700 euro al mese... ci vorrebbe un miglior impiego degli investimenti pubblici La notizie che Stephane Lissner abbia un compenso di oltre un milione di euro come sovrintendente e direttore del Teatro alla Scala ha lasciato un vivace strascico di polemiche. In clima di «pending review» che taglia i servizi primari, il tema è ovviamente caldo e reso più urgente dal rischio di un notevole esborso in conseguenza della Legge 122 del 2010, voluta da Tremonti, che al contrario penalizza le istituzioni culturali medie impedendogli di dare lo stipendio ai loro presidenti. Argomenti apparentemente diversi, per un unico paradosso, tutto italiano: in un paese dove per la cultura si spende pochissimo e spesso si spreca, la spending review non si può limitare a qualche taglio, all'accorpamento e la soppressione di alcune direzioni generali del Ministero - come la Valorizzazione -, e al prepensionamento di qualche dirigente, ottenuto poi sospendendo quella riforma pensionistica che il Governo ha imposto agli italiani. Servirebbe invece una vera revisione di spesa, insomma un miglior impiego dei pochi investimenti pubblici rimasti alla cultura dopo vent'anni di tagli. Casi come quello della Scala, anche se meno eclatanti, da noi si sprecano: per dirigere il Festival dei 2 Mondi, durata una ventina di giorni, Giorgio Ferrara percepisce 180 mila euro, nonché altri 25 mila per lo «housing del Presidente" come recita il bilancio 2011, vale a dire per la casa. Il sovrintendente dell'Opera di Roma, Catello De Martino percepisce 250 mila euro, poco meno del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, una cifra molto alta ma non diversa da quella di altri sovrintendenti italiani. Senonché al suo fianco ha un direttore artistico, Alessio Vlad, che costa 140 mila euro e un direttore generale che ne costa altri 170 mila: oltre mezzo milione di euro per dirigere un teatro che non brilla certo per attività. Difficile non farsi prendere dall'indignazione considerando che il direttore di un museo dello Stato dell'importanza degli Uffizi o della Galleria Borghese non arriva a prendere 1700 euro al mese. Il motivo di questa disparità è che quei musei sono dello Stato, mentre i teatri lirici o i Festival e altre istituzioni culturali sono delle oramai famigerate Fondazioni culturali, di diritto privato che possono decidere i propri emolumenti, in nome di un managerialismo talvolta arrogante. Tuttavia sono istituzioni dove, anche con il positivo apporto economico dei privati, lo Stato resta il maggior azionista, cioè mette più soldi di tutti, e andrebbero aggiunti i finanziamenti di Regioni, Province e Comuni, anche questi danaro pubblico. A fronte di questa situazione, per molte altre istituzioni culturali invece la legge 122 del 2010 fa secco divieto di dare un compenso al presidente e agli altri componenti dei CdA, pena la perdita dei finanziamenti statali. Provvedimento singolare, escogitato da Tremonti per contenere la spesa pubblica, poco utile e incomprensibile vista la franchigia spendereccia per i più grandi. Oggi l'esito rischia di essere opposto al previsto: molti presidenti di queste istituzioni infatti, hanno responsabilità legali e amministrative e quindi hanno svolto un vero lavoro, continuando a farlo pur non prendendo emolumenti in attesa di una seppure tardiva resipiscenza del Governo. Che non è arrivata. Anzi ad alcuni è stato addirittura chiesto di dare indietro i compensi ricevuti tra la promulgazione della legge 122 e la sua applicazione. Molti si stanno rivolgendo ai tribunali del lavoro e non è difficile prevedere l'esito: non solo non dovranno restituire quanto già avuto, ma si vedranno riconosciuto il loro ruolo dirigenziale e quindi emolumenti assai più cospicui di quelli che percepivano. at del tutto evidente che questa disparità di trattamento tra le grandi istituzioni e le altre, legalmente non proprio ineccepibile, invece che risparmi porterà ulteriori esborsi, in parte anche pubblici. Da una parte sarebbe quindi urgente permettere a tutti di pagare i dirigenti che hanno compiti reali e non solo onorifici, dall'altra porre un limite ai compensi dirigenziali di tutte le istituzioni culturali che percepiscono soldi pubblici, a meno che non vogliano rinunciare a questi finanziamenti. Un tetto che valga anche per i doppi e tripli incarichi, altro vezzo dell'italica cultura, in modo da evitare che pochi accumulino redditi faraonici, per lo più fatti di danaro pubblico. I SOLITI TAGLI... Prepensionamenti, accorpamenti delle direzioni e delle sovrintendenze, dismissione del patrimonio immobiliare - e qui, tra tanti, frigge il caso Cinecittà: spiace constatare che la spending rewiev nella cultura si riduca ai soliti tagli lineari, senza conoscenza del settore. Privo di particolari strategie di lunga durata il provvedimento colpirà duro un Ministero che negli ultimi 10 anni è stato punito da notevoli decurtazioni economiche e di personale, malgrado le sue competenze siano ampliate al paesaggio. L'ultimo messaggio del governo é che i tagli siano demandati a future circolari e regolamenti interni al dicasteri: Insomma, scannatevi tra vol. Quando il capogabinetto del ministro Ornaghi, Salvatore Nastaso, ha fatto presente che non si sarebbe potuto garantire il funzionamento delle Sovrintendenze, la squadra della spending rewiev ha risposto che si potevano accorpare con le prefetture. Così poi i restauri li affidiamo alla polizia municipale. E perfino lui, quel Nastasi rotto a ogni esperienza e che ne ha viste di tutti i colori, ha avuto un soprassalto. ... E QUELLI RECENTI Via Arcus, via la Fondazione Valore Italia e via tanti altri. La scure montiana colpisce molte aziende partecipate odi proprietà dello Stato mettendole in liquidazione, cosa in realtà non proprio legalmente ineccepibile poiché si tratta di società di diritto privato. Altra tecnica è l'accorpamento, ma stupisce in tanto furore risparmiatori che on alcuni casi, come la Sace accorpata alla Cassa depositi e prestiti, venga mantenuta una onerosissima dirigenza. Ma gli effetti imprevedibili arrivano dalla soppressione delle società strumentali che non svolgano servizio diretto ai cittadini appartenenti a Regioni, Province e Comuni. Se le società deputate alla raccolta rifiuti per esempio permangono, in una città come Roma rischiano di dover chiudere società come Zetema, che gestisce le biglietterie e i servizi dei musei, con il risultato della chiusura di questi ultimi. Si tratta di società come Risorse per Roma che gestisce servizi tecnici fondamentali, che l'amministrazione capitolina ha dismesso ed esternalizzato in nome di un efficientismo managerialista.