Non è una novità, ma una conferma: l'Italia è davvero il Paese leader nella capacità di rappresentare se stesso attraverso il proprio retaggio culturale. A Pechino, la direzione generale per la Valorizzazione guidata da Mario Resca ha appena concluso un progetto iniziato, con un serrato e costante lavoro, nell'ottobre 2010: per la prima volta al mondo uno Stato (l'Italia) apre, nella sede del museo più prestigioso di un'altra nazione (il Museo Nazionale cinese di Pechino) un proprio spazio museale con 67 opere provenienti da una trentina di gallerie e istituzioni espositive nazionali. Un piano di lavoro quinquennale, rinnovabile alla sua scadenza, che dimostra come l'Italia (quando riesce a vincere burocrazia, perplessità, vecchi modi di gestire il patrimonio) riesca a concludere operazioni impensabili in altri Paesi. L'inaugurazione di Pechino è solo la prima tappa dell'accordo concluso a suo tempo da Resca quando era ministro Sandro Bondi. Il secondo capitolo avrà come sfondo palazzo Venezia a Roma: entro la fine del2012 sarà la Cina ad avere a disposizione le sale quattrocentesche dello stabile per proporre agli italiani il proprio «museo nel museo», e anche qui si annuncia un successo sicuro. Resca ha ricevuto un caloroso telegramma di congratulazioni dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha seguito dal 2010 l'intero progetto. Anche il ministro Lorenzo Ornaghi è apparso orgoglioso e soddisfatto. Ma naturalmente tutto questo non basta. Manca uno snodo fondamentale: un governo che, come organo unitario di guida del Paese, veda nel patrimonio culturale uno strumento primario di identità nazionale e di sviluppo economico. Tutto questo è mancato, sotto il governo Monti, come sotto gli altri governi. Non c'è consapevolezza di come e quanto l'Italia sia una Patria sostanzialmente «culturale». L'operazione di Pechino ce lo ha ricordato. Speriamo che anche a Palazzo Chigi arrivi un messaggio tanto chiaro, eloquente e inequivocabile.