Pernice replica al responsabile dei restauri di palazzo Gualino: "Li abbiamo salvati" «GLI arredi originali di Palazzo Gualino sono spariti da tempo, chi ne parla al presente probabilmente non li conosce affatto» ha scritto venerdì su "Repubblica" Armando Baietto, responsabile del progetto di ristrutturazione dell'edificio di corso Vittorio, replicando alle critiche mosse all'operazione di recupero dello storico immobile. Ebbene, quegli arredi rivestiti in buxus, una particolare carta con resina, realizzati tra gli anni venti e trenta dai progettisti del palazzo, Giuseppe Pagano e Gino Levi Montalcini, si trovano alla Reggia di Venaria. Sono circa 25 pezzi in buona forma scrivanie, tavoli e tavolini, sedie, c'è persino un mobile per la macchina da scrivere, ora destinato a un computer e decorano l'ufficio di Francesco Pernice, ex soprintendente ai beni architettonici, ora dirigente dell'area conservazione e patrimonio dell'ex residenza. Nella limitrofa sala convegni si trovano poi due scrivanie modulari. «A metà degli anni novanta mi ha cercato l'architetto Leonardo Mosso, presidente dell'Istituto Alvar Aalto, chiedendomi se potevo ospitare quei mobili da qualche parte: io ho pensato a Venaria. Poi, dopo l'apertura della reggia, li ho fatti restaurare, utilizzandoli per arredare il mio ufficio e altri spazi nell'ala di Castellamonte, al primo piano, nei pressi delle Sale delle Arti» dice Pernice con soddisfazione. Racconta che i mobili, ora proprietà del Consorzio La Venaria, erano stati realizzati dalle Cartiere Bosso, nel Canavese: «L'utilizzo di quel rivestimento in carta, il buxus, li rende sensibili all'umidità e all'acqua: una parte di quegli arredi infatti è stata infatti gravemente danneggiata, i legni incollati tra di loro si sono aperti». Un buon campionario sta bene, però, ed è tuttora visibile a Venaria, nei colori beige, verde e a macchia di leopardo, qualcuno è anche laccato in nero: «Recuperare gli arredi è stato un modo per salvarli dall'oblio, restituendo loro la funzione originale aggiunge Pernice Non si dica allora che le soprintendenze non sono attente alla tutela del moderno, in questo caso si dimostra il contrario». Una storia che affonda le radici in tempi un po' più lontani, quella dei mobili di Palazzo Gualino, come racconta lo stesso Mosso. Che a metà degli anni '80 li ha fatti acquistare dall'Istituto Alvar Aalto, per evitarne la dispersione: «Quell'importante corpus di mobili razionalisti, unici nel loro genere, avrebbe dovuto essere uno dei nuclei costitutivi di un futuro Museo di Architettura, Arti Applicate e Design, più volte proposto alle istituzioni locali, sino al rifiuto definitivo del progetto». Gli arredi sono stati da lui conservati per anni in depositi e locali di fortuna, fino all'approdo a Venaria. «È evidente che la presenza di un capolavoro assoluto come Palazzo Gualino, almeno in parte arredato con i mobili originali, sarebbe stato un gioiello unico continua l'architetto Mosso. Al di là della qualità del progetto attuale di rifunzionalizzazione, su cui non abbiamo elementi di giudizio, rimane il rimpianto che la Città non abbia saputo o potuto destinare questo edificio a un uso pubblico di cultura e bellezza, come avrebbe meritato».