SULLA Repubblica del 3 luglio il professor Pozzoli si sofferma sulle strategie per vendere gli immobili pubblici. PRENDENDO spunto da un precedente intervento del presidente dell'ordine degli architetti, rileva che la valorizzazione delle proprietà immobiliari pubbliche attraverso una loro collocazione sul mercato è opportuna ed economicamente conveniente se, in precedenza, siano state precisate le possibili destinazioni urbanistiche. Ove tali specificazioni non siano avvenute, la commercializzazione è inevitabilmente più difficile e comunque meno vantaggiosa, a meno che non ci si prefiggano pratiche poco trasparenti e fortemente opinabili finalizzate a concordare successivamente fra la parte pubblica e il privato acquirente le utilizzazioni possibili. In termini generali non si può che essere d'accordo con queste asserzioni e, appunto per questo, mi trovo in dissenso netto con Pozzoli quando fa specifico riferimento al Comune di Firenze. Ricordo, infatti, che al bilancio di previsione approvato dal Consiglio comunale a maggio era allegato, ed è stato contestualmente approvato, il Piano delle alienazioni e valorizzazioni immobiliari; tale piano si è avvalso delle procedure semplificate di variante agli strumenti urbanistici comunali previste dal decreto "salva Italia". Si è trattato di 13 varianti specifiche che hanno determinato in maniera inequivoca le destinazioni e le potenzialità, senza alcuna "area grigia", e delle quali è già stata data ampia informazione. Voglio solo ricordare che vi sono ricompresi immobili di grande importanza come il Teatro comunale e l'area Mercafir, ma anche contenitori di dimensioni più modeste, come l'ex ristorante Le Rampe, tutte con destinazione d'uso chiaramente specificata e dimensionamenti opportunamente articolati quando i possibili interventi di trasformazione ammettono un mix di funzioni. I riferimenti al "sistema Penati" lasciamoli dunque per altri contesti. L'autrice è assessore comunale alle politiche del territorio