PALAZZO Gualino a Torino sta per essere manipolato a tal punto da venire completamente distrutto. È uno degli edifici più importanti e significativi della storia recente della città. Gli architetti che lo hanno progettato sono tra le figure più nobili dell'architettura italiana: Pagano, nato nel 1896, uomo intransigente e di grande dirittura morale, diventato direttore di «Casabella» e morto a Mauthausen nel 1945; Gino Levi-Montalcini tra i professionisti più rigorosi e impegnati di Torino, nato a Milano nel 1902 e morto a Torino nel 1974, ottimo scultore oltre che architetto, operante anche dopo la guerra sia come progettista che come professore. L'edificio sorge in un punto strategico e di forte visibilità, all'angolo tra corso Vittorio Emanuele e via della Rocca. È il manifesto e la prima opera di forte significato dell'architettura moderna in Italia. Le riviste e la stampa dell'epoca lo avevano esaltato come simbolo di un nuovo corso ed espressione di progresso: ma anche come edificio esemplare nell'introdurre un nuovo tipo di organizzazione degli uffici e delle attività direzionali in campo industriale. È un esempio di progettazione integrale, dove tutto era stato accuratamente previsto e disegnato, dalle facciate e dalla presenza urbana agli interni, dalle scale e dagli spazi comuni ai locali dirigenziali e di lavoro, dai materiali usati con maestria alle luci e ai colori, dal comfort e dagli oggetti ai tanti mobili ed arredi di disegno bellissimo. Nel 1988, il Palazzo è passato in proprietà al Comune di Torino, che vi ha insediato i propri uffici tributari. Il Comune, per risolvere problemi di bilancio e «far cassa» in modo rapido, ha deciso di venderlo insieme a tante altre sue proprietà. L'edificio è stato acquistato dalla società di costruzioni romana Gesco Impresit, che lo ha pagato 14,2 milioni di euro, versati a quel Fondo immobiliare Città di Torino cui il Comune ha conferito i suoi edifici più pregiati. Il piano regolatore non impedisce il cambio di destinazione d'uso: così il progetto prevede la realizzazione di 35 alloggi di gran lusso per complessivi 3.500 metri quadrati, oltre che ambienti di carattere condominiale, cantine, locali per impianti tecnici, e ben tre piani sottostanti di autorimesse, che richiedono di sottofondare l'edificio sino a grande profondità. Viene in pratica conservata solo la facciata, tutelata da un vincolo della Soprintendenza, e quasi tutto il resto brutalmente sventrato e distrutto, a partire dalle scale, dagli interni, dagli arredi. Il progetto è ridicolmente e ipocritamente chiamato dal costruttore e dai progettisti, ma anche da altri, di «rifunzionalizzazione» e «rivitalizzazione », né manca come ovvio la chicca aggiuntiva del «risparmio energetico» meritevolmente conquistato, e di impianti avanzatissimi ad «energie rinnovabili». Si assiste a un paradosso davvero straordinario. Da un lato, a Torino si stanno costruendo centinaia di migliaia di metri quadrati di uffici in palazzi nuovi e in nuovi grattacieli, sulla spinta di grandi interessi finanziari e immobiliari, senza per altro sapere se con la crisi saranno mai utilizzati. Da un altro lato e contemporaneamente, si distrugge una testimonianza essenziale dell'architettura moderna destinata sin dall'origine ad uffici, per trasformarla in abitazioni privilegiate. È ormai una acquisizione della cultura di tutti i paesi che i beni da tutelare non sono solo edifici di epoche remote, e che la conservazione deve e può riguardare le testimonianze più preziose del passato recente, assumendole come cardini e riferimenti dei nuovi progetti urbani. Torino è stato uno dei centri italiani più importanti nell'elaborare i messaggi della modernità: eppure ha già distrutto in modo irresponsabile alcune delle sue architetture più significative, e prosegue indifferente lungo questa strada. Sconcerta la cecità di un'amministrazione che si dichiara democratica e avanzata, ma soggiace ad interessi privati e mostra così scarsa sensibilità per la cultura e la tutela delle sue eredità materiali. Ma sconcerta anche l'assenza di principi e il grado di opportunismo di una parte rilevante del mondo intellettuale e della stampa, che giustificano l'operazione, la sostengono, la motivano, mascherando il senso degli eventi e deviando la pubblica opinione. Se palazzo Gualino verrà distrutto, come sta per essere, si sarà perpetrato uno scempio non rimediabile e si sarà portata un'offesa profonda alla migliore tradizione della cultura torinese. ( docente di Composizione architettonica al Politecnico di Milano)