Foreign cultural Exchange jurisdictional immunity clarification act («legge che definisce l'immunità giurisdizionale dello scambio culturale con l'estero»): questo è il nome di uno stupefacente progetto di legge statunitense, presentato da un democratico e da un repubblicano, che è stato votato nel febbraio 2012 dalla Camera dei rappresentanti e che si trova attualmente allo studio del Senato. È un provvedimento mira a proteggere i musei pubblici, sul territorio nazionale come nel resto del mondo, nel quadro del prestito delle loro collezioni all'estero o dell'accoglienza di opere provenienti da altri musei. Tale progetto di legge vieta ogni confisca o reclamo di opere la cui proprietà sarebbe contestata, stimata e accertata illecita, ad esclusione di quelle appartenenti a famiglie ebree requisite dalla Germania nazista nel corso della seconda guerra mondiale - cosa che, precisazione importante, esclude le spoliazioni dovute alle circostanze della guerra, come l'esilio. In breve, l'obiettivo è di impedire tutti i ricorsi alla giustizia per il recupero di opere la cui acquisizione è presumibilmente o indubbiamente fraudolenta. Saccheggi sistematici I conservatori dei principali musei degli Stati uniti hanno patrocinato con convinzione questo progetto, che in un primo tempo ha ricevuto anche il sostegno dell'alto Consiglio dei musei di Francia - prima che le proteste mettessero in discussione tale decisione. Bisogna riconoscere che c'è un rischio nella dimora museale: le appropriazioni, oltre che contestabili, sono state numerose. In particolare a causa delle spedizioni militari di un tempo che accompagnavano archeologi ed esperti espressamente incaricati di fornire di opere i musei. Alcuni esempi sono famosi: la Pietra di Rosetta, una stele scoperta nel 1799 a Rosette (nome francesizzato di Rachid, nel delta del Nilo), all'epoca della campagna d'Egitto di Napoleone Bonaparte, e trasportata in Gran Bretagna dopo la vittoria inglese di Aboukir, essa si trova ancora al British museum, e l'Egitto la reclama periodicamente. Altri saccheggi anch'essi organizzati hanno avuto meno risonanza: quello dell'Etiopia del 1868, del Ghana nel 1874, del regno di Edo (Benin) nel 1897... Il sacco del Palazzo d'estate di Pechino da parte delle truppe franco-britanniche nel 1860, invece, è rimasto celebre. L'asta pubblica di Christie's, nel 2008 a Parigi, della collezione del sarto Yves Saint Laurent e dell'imprenditore Pierre Bergé, che includeva due bronzi provenienti da quel saccheggio, ha ricordato questo episodio emblematico. Precedentemente, Christie's li aveva proposti alla Repubblica popolare di Cina, che li reclamava, per 20 milioni di dollari. Alle autorità di Pechino il prezzo è sembrato un po' eccessivo - tanto più che l'acquisizione non era stata irreprensibile. I fregi del Partenone Anche i tempi di pace possono offrire diverse occasioni. ll British museum deve a Henry Salt, console generale in Egitto, la statua di Ramses Il di Tebe, e a Thomas Bruce, detto Lord Elgin, ambasciatore di Sua Maestà alla corte ottomana, una parte dei fregi del Partenone ateniese, un po' danneggiati dopo essere rimasti diversi anni all'aperto sulla sua proprietà in attesa di un acquirente. La Grecia ne domanda la restituzione dal 1830. 1 circa cinquemila pezzi trovati nel 1911 sul sito del Machu Picchu dall'archeologo Hiram Bingham, professore a Yale, prestati formalmente dal Perù, dopo la loro scoperta, per la durata di un anno a fini di studio e di restauro, sono ancora al museo Paebody di New Haven (Stati uniti) e l'università di Yale, che ospita l'edificio, non ha autorizzato l'accesso degli archeologi peruviani. Lima ne domanda la restituzione dal 1920. È stato finalmente trovato un accordo nel febbraio 2011, con la riserva della costruzione a Cuzco di un museo consacrato al sito inca e del mantenimento al Peabody dei pezzi più belli sotto forma di un prestito permanente. Non si finirebbe più di elencare i furti. Quasi a caso: i mosaici di Kanakia, proposti al Museo Paul Getty di Los Angeles nel 1988 da alcuni commercianti, e che sono stati rubati come tanti altri (oltre quindicimila, se si aggiungono le icone) alle chiese bizantine cipriote a partire dall'invasione turca del 1974. Queste sono state tagliate per facilitarne il trasporto: ciò è opera del mercante Aydin Dikmen, in prigione dal 1997. 0 ancora il busto di Nefertiti (XIV secolo a.C.), scoperto dall'archeologo tedesco Ludwig Borchardt nel 1912, portato a Berlino per essere studiato, dove si trova tuttora. 0, in ultimo, al Museo nazionale delle arti asiatiche di Parigi (Musée Guimet), l'originale del porticato occidentale in arenaria rosa del tempio khmer di Banteay Srei, da cui André Malraux aveva già prelevato con una sega, nel 1923, quattro sculture. Un argine al furti L'Organizzazione delle Nazioni unite per l'educazione, la scienza e la cultura (Unesco) ha tentato di intervenire, adottando nel 1970 una convenzione che dichiarava illegali l'importazione e l'esportazione di opere acquisite in maniera illecita-il che avrebbe dovuto essere ovvio: sollecitava anche tutti i paesi firmatari a restituire al loro paese d'origine le opere d'arte rubate. L'unico problema è che tale convenzione è vincolante solo dopo la sua ratifica e che non ha alcun effetto retroattivo. Dunque, spesso vanno utilizzati altri mezzi. Cosl, la sfinge di Bogazk8y, capitale dell'antico impero ittita (XVII secolo a.C.), che si trovava al museo di Berlino, era stata oggetto di ripetute raccomandazioni tese alla sua restituzione alla Turchia: le è stata finalmente resa, nel novembre 2011, solo dopo minacce di sospensione di tutti gli scavi condotti da archeologi tedeschi. L'Egitto ha dovuto ricorrere allo stesso argomento nel 2007: non avrebbe accolto più archeologi del Louvre fino a quando non fossero state recuperate cinque stele faraoniche acquisite all'inizio degli anni 2000, e rubate, secondo il Cairo, a margine degli scavi ufficiali degli anni '80- restituzione che avvenne nel 2009... Una posizione «ibrida» L'Unesco ha perseverato, e fatto appello all'Istituto internazionale del diritto privato (Unidroit) per estendere la convenzione del 1970 alle istituzioni ed alle persone private, e autorizzare gli stati ad ingaggiare procedimenti giudiziari contro l'acquirente illegittimo davanti ai tribunali del suo paese di residenza. Tale carta del 1995, ratificata soltanto da undici stati (e nessun grande paese «ricettatore»), è divenuta oggetto delle vivaci critiche dei mercanti, degli antiquari e, in modo più inatteso, dei galleristi e dei direttori di museo, riuniti sotto il nome di «gruppo di Bizot» - dal nome di Irène Bizot, ex direttrice della Riunione dei Musei nazionali di Francia. Questi professionisti pensano di essere all'origine del restauro e della valorizzazione di tali opere, e credono che la stabilità delle loro amministrazioni e la loro notorietà garantiscano una sicurezza e una densità di frequentazione che un museo di «periferia» non sarebbe in grado di offrire. Il saccheggio del Museo di Baghdad nel 2003, dopo l'invasione americana, quello del Cairo del 2011, le esazioni dei talebani in Afghanistan contro il patrimonio buddhista costituiscono alcuni esempi per appoggiare tale posizione. Esiste la proprietà universale? Chi ha salvato i manoscritti buddhisti trovati nelle grotte di Bamiyan nel 1993-1995, se non il collezionista norvegese Martin Schayen, che li ha acquistati a Londra? Ma l'argomento principale del gruppo di Bizot, animato dal conservatore capo del British museum, è più specioso: il luogo in cui viene preservato l'oggetto artistico, la legalità o la legittimità della sua proprietà, non sarebbero elementi decisivi, poiché esso appartiene a tutti. Una dichiarazione ispirata nel 2002 dal British museum e firmata da trentasette conservatori e galleristi afferma: «Con il tempo, gli oggetti acquisiti-tramite acquisto, come regalo o a titolo di spartizione- sono divenuti parte del museo che li ha conservati e, per estensione, parte dell'eredità delle nazioni che li ospitano.» E il punto di vista della Spagna: le collezioni detenute da più di dieci anni diventano parte del patrimonio nazionale. Poco importerebbero quindi le collusioni tra conservatori e mercanti? Marion True, conservatrice del museo Paul Getty di Los Angeles tra il 1986 ed il 2005 (budget annuale di acquisto: 100 milioni di dollari) e il mercante americano Robert Hecht, in affari con la Carlsberg Glyptotec di Copenaghen per lo stesso tipo di transazioni, sono stati portati nel marzo del 2009 davanti al tribunale di Roma per acquisizione illegale di antichità provenienti dal sito etrusco di Cerveteri. L'accusa faceva seguito a una denuncia e ad un raid della polizia elvetica nel deposito del mercante italiano Giacomo Medici, condannato nel 2005 a dieci anni di detenzione.Il museo americano ha acquistato nel corso degli anni '90 la collezione privata di antichità di Lawrence e Barbara Fleischman, il cui principale trafficante era ancora Medici. Il Metropolitan restituisce Affari imbarazzanti, ma che sbloccano la situazione. Il Metropolitan musem of art di New York ha aperto nel febbraio 2006 dei negoziati con l'Italia: le ha reso una quarantina di opere, tra cui uno dei pezzi più belli delle sue collezioni, l'urna dell'artista ateniese Euphronios, rubato a Cerveteri e comprata nel 1972 da... Robert Hecht per un milione di dollari. Il museo di New York ha anche restituito nel 2012 la statua di Afrodite proveniente da Morgantina (Sicilia), acquistata nel 1988 per 18 milioni di dollari dal mercante Robin Symes. Ma soprattutto gli Stati uniti e l'Italia hanno rinnovato nel 2006, poi nel 2011, il patto che vieta l'importazione dall'Italia di opere del periodo compreso tra il IX secolo a.C. al IV secolo. Evidentemente, la restituzione è più spesso il risultato di inchieste e di processi che non una decisione dei musei, anche se ci sono delle eccezioni. La presa di coscienza da parte dei paesi di antica civilizzazione dell'importanza del loro patrimonio culturale, che va di pari passo con il loro emergere sulla scena internazionale, li conduce a esercitare pressioni crescenti, da cui si può sperare che prenderà avvio la «moralizzazione» rivendicata dall'azione pubblica. Cosl, dopo il saccheggio dei musei nazionali di Baghdad e di Mossul nel 2003-2004, il Federa] bureau of investigation (Fbi) ha creato un dipartimento specializzato (Art theft program) che ha permesso nel luglio 2006 di ritrovare negli Stati uniti la statua del re Entemena di la, gioiello del Museo di Baghdad. attraverso queste strade che potranno essere combattuti il concetto fallace di «patrimonio culturale universale» difeso dal gruppo di Bizot e il progetto di legge esaminato dai sentori americani.