L'opportunità di riprendere il vecchio progetto che coinvolgeva La Duca INTORNO alla metà degli anni Novanta Leoluca Orlando conferì a Rosario La Duca, massimo conoscitore della storia di Palermo, l'incarico di costituire un museo della città. Le risorse erano poche, gli spazi individuati esigui si pensava ad alcuni locali di Palazzo Bonocore in piazza Pretoria ma La Duca era ugualmente entusiasta. «L'importante è cominciare», affermava censendo i reperti da poter organizzare in un nuovo percorso espositivo. Quel progetto è rimasto sulla carta, il recupero di Palazzo Bonocore è fermo da molti anni, e l'idea stessa di un museo della città ha conosciuto, nel frattempo, un sensibile cambiamento soprattutto in relazione all'uso delle nuove tecnologie multimediali e della loro versatilità didattica. Tuttavia, negli esempi di musei di nuova realizzazione, in Italia e all'estero, la presenza degli oggetti capaci di raccontare i passaggi della storia cittadina non è per questa divenuta residuale, e anzi la prospettiva museografica è quella di una integrazione tra la fisicità testimoniale degli oggetti e la loro contestualizzazione anche virtuale. Sono sempre i documenti, insomma, a fondare la specificità irriducibile d un museo. Nel caso di Palermo, città da sempre avvitata in modo schizofrenico tra l'apologia acritica e indiscriminata di un passato mitizzato e l'oblio colpevole e l'abbandono di molte tracce importanti del medesimo passato, un museo della città potrebbe essere un tassello importante di una rinnovata pedagogia urbana incrociando diversi percorsi: la vicenda territoriale, il racconto storico, l'organizzazione sociale, le realtà produttive e artigiane, l'ampio orizzonte di scambi commerciali e di culture. Una narrazione a più livelli insomma, a cui potrebbero dar linfa non poche testimonianze già di proprietà pubblica ma spesso non pienamente valorizzate, talvolta confinate nei depositi di altri musei o presentate in una cornice provvisoria. Già un primo censimento, a semplice titolo di esempio, potrebbe chiarire quali siano le potenzialità inespresse ed era questo, del resto che si proponeva La Duca come passaggio preliminare: individuare una serie di manufatti coinvolgendo le differenti istituzioni a cui è affidata la custodia nel disegno progettuale, nel convincimento che il museo non è del Comune, della Provincia, della Regione o della Curia ma di una sola comunità civica. Altrove è scontato che sia così, da noi molto meno. Proviamo allora ad elencare, per gioco ma non solo: si potrebbe iniziare dai calchi dei graffiti preistorici della grotta dell'Addaura scoperta nel secondo dopoguerra (sono conservati al Museo archeologico Salinas), accostandovi i quadroni ottocenteschi con la topografia di Palermo antica ora all'Archivio Storico comunale; continuare con la celebre iscrizione funeraria tetralingue (latino, greco, ebraico, arabo) che racconta con rara efficacia il volto cosmopolita della città normanna (attualmente esposto alla Zisa); ricomporre magari l'altare gaginiano per lo Spasimo di Raffaello (in attesa di una sua ricollocazione, comunque problematica, nella chiesa a cielo aperto della Kalsa), affiancandovi magari la copia del dipinto, opera di Antonello Crescenzio, in mostra a Palazzo Abatellis. La pala d'altare recentemente attribuita a Giovan Paolo Fonduli dipinta come ex voto per la peste del 1575 con in basso la scena della città, ora al Museo Diocesano, sarebbe emblematica della ricorrente forza devastante delle epidemie, gli stucchi di Giacomo Serpotta provenienti dalla distrutta chiesa delle Stimmate ricoverati nell'aula dell'Oratorio dei Bianchi (una sistemazione tra l'altro fuori scala) racconterebbero non soltanto del magistero del grande scultore ma di una intera stagione del gusto tra Sei e Settecento; la città d'inizio Ottocento, vista dal mare, sarebbe documentata nelle gouaches di Francesco Zerilli che non hanno trovato posto nel nuovo allestimento della Civica Galleria d'Arte Moderna, il modello del Teatro Massimo realizzato dall'ebanista Salvatore Valenti al momento del concorso del 1875 (archetipo, è il suo nome tecnico: dovrebbe far parte del Museo del teatro, se mai si farà) potrebbe essere il fulcro del racconto delle trasformazioni ottocentesche (un ruolo analogo lo svolge, al Museo d'Orsay, il modello dell'Opèra di Charles Garnier), insieme alle bellissime tavole di Damiani Almeyda per il Teatro Politeama, nei depositi della Gam. E ancora: una selezione della cartografia antica, incisioni come quelle di Vasi e Cichè sulle cavalcate reali di Vittorio Amedeo di Savoia e Carlo III di Borbone, le vedute settecentesche di Piazza Marina e del Castellammare sequestrate in qualche ufficio all'Ars, bandi, editti, qualcuno tra i gessi della Gipsoteca di Palazzo Ziino (in particolare quelli preliminari ai bronzi collocati nelle vie della città postunitaria), foto d'epoca come le stereoscopie di Eugène Sevaistre sulla città teatro dell'impresa garibaldina (Archivio storico comunale) o come quelle, conservate al museo Pitrè, commissionate dal grande studioso per documentare la scomparsa di una larga fetta del centro antico nell'imminenza del taglio della via Roma. Questo elenco potrebbe con facilità essere largamente arricchito (altrove, soprattutto nel nord Europa, hanno realizzato musei della città con pochissimo), e una indagine nei depositi dei musei cittadini riserverebbe non poche sorprese in proposito. Se fosse raggiunto un protocollo d'intesa tra i diversi soggetti istituzionali, anche l'individuazione dello spazio potrebbe essere meno improba: l'Albergo delle Povere, o almeno una parte di esso (per esempio i saloni del primo piano), da sempre è in cerca di una sua destinazione museale meno precaria rispetto alla funzione di mero contenitore espositivo, peraltro discontinuo nei tempi e nella qualità delle iniziative. A ben guardare, considerata l'abbondanza del materiale facilmente reperibile, lo scoglio più difficile è proprio quello di convincere tutti a partecipare a una progettualità comune.