«Io mi vanto di aver scritto cose che in una repubblica ben ordinata sono ovvie», diceva Antonio Cederna (1921- 1996), archeologo, urbanista, ambientalista, giornalista. Ma il nostro è invece il Paese dei primati negativi, fra cui quello d'essere «il maggiore produttore-consumatore di cemento del mondo, due-tre volte gli Stati Uniti, il Giappone, l'Unione Sovietica». Cemento come speculazione edilizia e clientelismo. Cemento come ricettacolo del crimine organizzato. Cemento come sviluppo senza progresso. Il mattone selvaggio è forse stato il maggior collante dell'identità italiana nel dopoguerra. Per questo, il nostro resta «un Paese a termine, dalla topografia provvisoria, che si regge su un avverbio: questa foresta non è ancora lottizzata, quel centro storico è ancora ben conservato, questo tratto di costa non è ancora cementificato». A tutt'oggi non esiste una biografia intellettuale dell'«indignato speciale» Cederna, fondata sullo spoglio capillare dei suoi articoli («Il Mondo», il «Corriere della Sera», «L'Espresso», «la Repubblica») e sullo scavo del vastissimo archivio personale (il cui inventario è disponibile in rete: http:www.archiviocederna.it). Ma l'agile profilo ora dedicatogli da Francesco Erbani rappresenta senz'altro quanto di meglio sia mai stato scritto su di lui. Ci sono tutti i suoi cavalli di battaglia, dalla tutela dell'Appia Antica (che gli valse l'appellativo di «appiomane») al progetto dei Fori Imperiali, sino alla salvaguardia delle chiese antiche, spesso minacciate da società immobiliari vicine alla Curia (un chiodo fisso per il laico, laicissimo Cederna, sdegnato dal l'indifferenza delle autorità religiose per le vestigia cristiane). Ma c'è anche l'intellettuale, estraneo alla «miscela di cattolicesimo, idealismo e marxismo in cui siamo cresciuti», che ha provocato «l'ignoranza sistematica del territorio, il disprezzo quasi baldanzoso per l'ambiente fisico». E infine c'è lo scrittore. Una penna affilata, struggente, esilarante, capace di coniare espressioni memorabili. Il Mausoleo di Augusto ridotto a «un dente cariato». L'Ara Pacis ricoperta da una teca «color dentifricio». La morte «lenta e graduale» dell'Appia, «come quella di un verme che un bambino crudele taglia a fette, cominciando dalla coda». Il «girotondo dei capolavori» (sulle opere d'arte in prestito a mostre bislacche). La «soluzione finale per le coste sarde». La «repellente crosta di cemento e asfalto» che ha impermeabilizzato l'Italia intera. E «il peggio», purtroppo, «deve ancora venire».